I corsi di Febbraio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il 3 e 4 ci sarà il corso sulla “Scansione del Negativo“.
È un corso approfondito che permette agli studenti di entrare “dentro” il processo di scansione e capire come gestire tutte le operazioni software che avvengono durante il processo. Abbiamo ancora 2 posti.

Il 10 e 11 ci sarà il corso “Fotografia Analogica 3° livello“. Due giorni di pratica intensa in camera oscura per affinare la tecnica e la visione. Useremo solo carta baritata, spiegando varie tecniche, mascherature e bruciature con contrasti differenziati, l’uso della pre-velatura, la sbianca locale, etc.

Il 17 e 18 si terrà il corso sull’uso del “Banco Ottico”. Teoria essenziale e molta pratica. Non serve possedere l’attrezzatura, potete usare la nostra. Abbiamo un solo posto disponibile.

il 24 e 25 torna il corso “Creativi in Camera Oscura“. Un week-end intensivo per liberare l’immaginazione con le tecniche più stravaganti.

I Corsi di Ottobre

 

Ricordiamo agli eventuali interessati i corsi in programma per Ottobre.

Il 7-8 ci sarà il primo incontro del corso Fine Art. Questo corso è al completo, ma ne può partire un altro, se ci sono interessati.

Il 14-15 ci sarà il corso Esporre per le Ombre, Sviluppare per le Luci. È un corso davvero utile, da molti punti di vista. È rimasto un solo posto disponibile.

Il 21-22 inizierà il corso di tre week-end Camera Oscura. In tre intensi fine settimana si fa davvero molto. Partendo da una revisione della tecnica di base per arrivare alle soglie della stampa fine art.

Il 28-29 terremo il corso sull’uso del Banco Ottico. Ricordo che per partecipare NON è necessaria l’attrezzatura. La mettiamo a disposizione noi.

Ricordiamo anche che nei nostri corsi prendiamo solo 3 o 4 partecipanti in modo da poter seguire ognuno nel migliore dei modi.

Sulle “Balere” di Gian Luca Perrone o della “Trasparenza”

Forse Ugo Mulas nella sua prima e nella sua ultima “Verifica” ha dato forma al suo fallimento rappresentando il funerale delle possibilità di rappresentazione del mezzo fotografico, o forse Mulas voleva dire che il mezzo fotografico ha solo la possibilità di rappresentare sé stesso.
Comunque sia che tramite la fotografia non si potessero creare rappresentazioni era (ed è) un’idea da molto tempo nell’aria. Di questa idea ci sono varie testimonianze, dagli object trouvé surrealisti, che sarebbero per definizione “non-rappresentazioni”, agli onnipresenti e sempre citati deliri barthesiani.

Io credo invece che Mulas abbia avuto il merito di aver evidenziato un paradosso rappresentando in fotografia l’impossibilità del mezzo fotografico di rappresentare.

prima verifica

fine delle verifiche

Purtroppo si è dimostrato un paradosso troppo spesso invisibile o, per dirla altrimenti, si è seppellita anzitempo una possibilità ancora viva. E in effetti coi tanti autori (troppi) che affidano al “fotografato” (che sarebbe in quest’ottica, o in ottica barthesiana, una “non-rappresentazione”) le loro istanze comunicative ed altrettanti troppi che (ri)cadono in pittorialismi di varia fattura, magari d’apparenza assai moderna, potrebbe davvero sembrare che la morte della fotografia quale strumento per la produzione di rappresentazioni o l’intrinseca impossibilità di produrle se non attraverso strategemmi, sia reale e che il Mulas di quelle due significative (inizio e fine) “Verifiche” l’abbia solo raccontata.
Da queste considerazioni emerge che, nel momento in cui si neghi la possibilità al mezzo fotografico di produrre rappresentazioni, rimangono solo due opzioni per dare significato alle immagini fotografiche: il significato è demandato al “fotografato” (Barthes); il significato è demandato al trattamento particolare della superficie dell’immagine (pittorialismi vecchi e nuovi).
Ignorare il problema sembrò una possibile terza via, ma si è dimostrata altrettanto fallimentare. Demandare il significato allo “speciale” agire del fotografo (Klein, Bresson, etc.) ovvero il tentativo di fare una “fotografia automatica” in analogia alla “scrittura automatica” bretoniana non ha funzionato: Klein o Bresson finiscono solo per creare uno stile con cui li si identifichi e il povero Stieglitz fallisce l’intento dei suoi “Equivalents” ricadendo altresì e per altre vie nei cliches estetici che si era voluto lasciare alle spalle.

equivalent

Ancora oggi quella che potremmo chiamare fotografia mainstream si contorce tra queste tre esauste opzioni (oggetto, superficie, specialità dell’azione) o, nella migliore delle ipotesi, a combinazioni di esse.

Mi piace leggere questa situazione come generata dalla incapacitá di affrontare la “trasparenza” del mezzo fotografico, come se il suo essere trasparente fosse ciò che gli impedisse di essere usato per creare rappresentazioni, cioè avere un significato che possa trascendere l’oggetto fotografato. Nulla sembrerebbe giustificare questa posizione: la fotografia non può essere usata nelle funzioni dell’ogetto fotografato, è comunque e sempre un altra cosa: non parliamo ad un ritratto, non guidiamo la fotografia di un automobile, non possiamo ballare in una balera di Perrone. In pittura la mimesi tanto a lungo cercata altro non era che la trasparenza che la fotografia ha trovato. Eppure per Barthes la fotografia più che trasparente è invisibile, non riesce neanche a definirla nel suo improbabile racchiuderla nelle due parole: “è stato”. I pittorialisti, che della fotografia videro la trasparenza, la rifiutarono presentandoci una opacizzazione della superficie in cui infine troviamo soprattutto la loro vanità: erano convintissimi che la trasparenza avrebbe ucciso ogni possibilità di rappresentare e finito per rendere loro stessi invisibili.

Non sono quindi in molti ad esplorare consapevolmente il terreno della fotografia come stumento per creare rappresentazioni, ovvero oggetti da guardare che traggano il loro significato trascendente (cioè eventualmente per nulla visivamente legato al “fotografato”) dalla collaborazione tra oggetto fotografato e percezione della fotografia come oggetto in sé. Perrone è tra questi pochi.

Gian Luca poi ama le sfide difficili ed anche con questo progetto si dimostra il fine equilibrista che ci ha mostrato saper essere col suo precedente lavoro “Visioni Stenopeiche”. Con “Visioni Stenopeiche” riuscì ad affascinarci e a portarci in un mondo sospeso di immagini ancora “da significare” (senza significati tradizionalmente predeterminati) ed è riuscito a farlo esplorando il confine del “pittorico” senza mai una sola volta varcarlo, ovvero senza mai approfittare di un banale effetto di superficie, senza mai rinunciare alla trasparenza.

stenopeiche


Con questo secondo, diversissimo, grande progetto Gian Luca si immerge ancora più compiutamente nella trasparenza con una tecnica di spaventoso rigore ed estremamente fedele alla percezione retinica, eppure senza demandare al solo “fotografato” (i soggetti) il significato del suo lavoro.
I soggetti di “Balere” sono importanti. Sono elementi ancora attuali, ma che forse presto saranno passato recente; cattedrali di una cultura popolare ancora viva, ma forse già sorpassata e le fotografie di Gian Luca sicuramente lo raccontano. Eppure ci risulta impossibile limitarci a guardare unicamente il loro aspetto documentario o confondere questo lavoro con la visione archivistica e clinica di tanti celebri contemporanei. Di fronte alle sue Balere siamo inevitabilemnte catturati da uno stupore meravigliato in cui il soggetto al contempo si esalta e si annulla.
Cosa ci sia nel nostro personale stupore meravigliato starà ad ognuno di noi trovarlo. L’autore è “solo” generoso, condivide con noi una possibilità d’immaginare, l’opportunità non quotidiana di trascendere l’apparenza abbandonandosi alla volutta dei sensi.

balere

Infine un plauso anche al coraggio, perché decidendo di fare Balere così come lo ha fatto Gian Luca Perrone ha rifiutato nettamente ogni facile tentazione di continuità stilistica coi lavori precedenti e quindi ad essere riconosciuto come autore attraverso di essa. Egli rivendica la sua libertà dagli angusti confini dello stile e rilancia, costringendoci ad osservare il suo operare più in profondità alla ricerca di ciò che ne palesi l’autorialità. È un drammatico salto di livello quando, ben oltre lo stile e l’estetica, troviamo il suo essere autore nella sua rischiosa esplorazione dei confini delle possibilità della Fotografia intesa come strumento per la creazione di rappresentazioni.

Tanto attesa è arrivata la sesta puntata!

Vi ho fatto aspettare divagando un po’, ma ora vi presento la sesta puntata del racconto a puntate di pietro Peresutti:

Su queste parole comincia a prendere forma una vaga intuizione che assume contorni mistici: ma vuoi vedere che in tutte le madonne che ho tirato Dio non centrava poi molto e che invece la colpa forse era da attribuire ad un’altra entità?!? Sarà mai che sono andato a rovinare tonnellate di carta quando bastava poco poco per cavare fuori quello che volevo? I miei pensieri si confondono con la voce di Andrea, “attenzione però che neppure questo può fare miracoli perché se il negativo è sul limite del trasparente, se le sue ombre per motivi di sottoesposizione si son perse, la modulazione ve la scordate, l’immagine per quanti salti mortali possiate fare, rimarrà comunque impastata”. Ecco fatto, risolto ogni dubbio: pareva a me bastasse così poco: non è solo la carta quella che ho rovinato, ma pure la pellicola.
Illuminati da questa nuova esperienza ci avviamo curiosi in camera oscura: finalmente possiamo entrare nella carne viva della stampa, la verifica sul quanto si possa realmente migliorare le nostre stampe a parità di negativo. Parlo con Paolo e riesco a convincerlo a lavorare insieme su di un solo ingranditore. La scusa ufficiale è che così, in due, possiamo capire meglio il da farsi, aiutandoci l’un l’altro. La versione reale ha a che fare con un lato del mio carattere formatosi in mezzo alle valli e che della natura ursina ha perso la ruvidezza, conservando però l’imbarazzo della prestazione in pubblico (da non intendersi in senso pornografico): insomma ci metto un po’ ad abituarmi ad essere osservato e guidato quando faccio qualcosa; mi intimidisco e finisco per fare più cappelle delle tante che già riesco a mettere in piedi pure senza esser accompagnato. Son per natura lento e macchinoso alla partenza. Ecco, mi si potrebbe paragonare ad un diesel, ai diesel d’una volta, che, appena accesi, sputazzavano e saltellavano proseguendo a ‘sto modo fino a farti venire il mal di macchina e solo dopo qualche ora riuscivano a dare soddisfazione. Io son così. ho bisogno di tempo per prender le misure, altrimenti mi sudan le mani, mi volto a destra e a sinistra senza costrutto, incespico ovunque (nelle cose, nelle parole e nei concetti), ribalto roba ed ho la grazia d’una scimmia con le emorroidi (non che ne abbia mai vista una, ma credo esser questa immagine alquanto rappresentativa). Quando però parto allora parto davvero! E giù a far cazzate con rapida ingenuità e stile assolutamente inimitabile.

Fotoman 45-SPS

 

Ars-imago, il distributore italiano e svizzero di Fotoman, mi ha prestato la Fotoman 45-SPS per un giro di prova e per una recensione.

Fotoman

La Fotoman – http://fotoman.cc/~sdfgnl5/en/ – è una ditta cinese attiva da qualche anno che ha sempre proposto prodotti abbastanza originali dall’ottimo rapporto qualità prezzo.
È di recente passata di mano mettendo in catalogo nuovi intelligenti prodotti e sul campo entusiasmo ed energia, lavora a stretto contatto con i professionisti ed i distributori e li ascolta… è raro. Produce sistemi modulari di medio e grande formato, dalle 6×9 alle super-panoramiche 6×24 passando per due interessanti “Point & Shoot” di grande formato 4×5” e 8×10” che sono praticamente uniche nel panorama attuale (e non solo…).

Tra i nuovi costruttori cinesi è il più maturo e serio: ha un indirizzo a cui rivolgersi, un sito ben fatto, sta creando una rete di distribuzione locale, migliora costantemente i prodotti cercando al contempo efficaci soluzioni per contenere i costi.

Tra le varie idee di Fotoman quella che mi ha colpito maggiormente, e che viene applicata a tutta la produzione, è stata quella di produrre coni ed elicoidi di messa a fuoco pre-calibrati per la maggior parte degli obiettivi per grande formato in circolazione. Basta comperare il cono e l’elicoide giusto per il nostro obiettivo, avvitarcelo su e si è pronti all’uso.

Questa idea consente veramente una grande versatilità ed è realmente utile ai fotografi. Basti pensare che i prodotti concorrenti (anche se solo pochissimi apparecchi nelle rispettive fasce sono realmente paragonabili) offrono solo le ottiche pre-montate in costossimi coni ed elicoidi di messa a fuoco dedicati ad una singola lente/fotocamera e che normalmente coni ed elicoidi non sono acquistabili separatamente e vanno comprati insieme all’ottica. Il prezzo di queste combinazioni preconfezionate è altissimo in paragone alla soluzione Fotoman. Volendo essere pignoli si potrebbe obbiettare che la calibrazione delle scale di messa a fuoco non possa essere così precisa se non viene fatta individualmente, ed è vero, ma è anche vero che si può sempre intervenire a posteriori (regolare la messa a fuoco dovrebbe essere alla portata di un qualunque foto-riparatore) e che il problema si fa (eventualmente) sentire solo con l’uso di focali lunghette e diaframmi abbastanza aperti e se si usa la messa a fuoco su scala metrica senza controllare sul vetro smerigliato.Insomma pagare da 3 a 5 volte tanto difficilmente è giustificabile: col prezzo di un’ottica nuova pre-montata si compra un sistema Fotoman completo.
Purtroppo i coni non sono comunque universali (e non potrebbero esserlo), ogni famiglia di apparecchi Fotoman ha i suoi.

Sempre nello spirito di una grande adattabilità Fotoman produce una serie veramente completa di adattatori per i più vari dorsi digitali e medio formato.

 

La 45-SPS e la concorrenza

 L’usabilità a mano libera è quel che maggiormente mi attrae della 45 SPS perché di 4×5” che si possano usare a mano libera ce ne sono davvero poche e quasi tutte d’antiquariato. Quelle d’antiquariato sono tutte abbastanza poco pratiche (technical o press), nuove sul genere rimangono le costossime Linhof Technica, una Wista, e forse qualche altra rimasta a magazzino, ma comunque sono tutt’altro genere di macchina (technicai, ovvero folding in metallo con telemetro accoppiato), basta la presenza del soffietto per qualificare il tipo di uso a mano libera che si può farne.
Più recenti, ma probabilmente oggi introvabili (anche usate) o quasi c’erano le Sinar Handy e varie serie di Cambo Wide. In produzione mi risulta che le uniche alternative paragonabili siano la Cambo WDS e l’Arca Swiss RL3d.
La Cambo WDS usa solo ottiche Schneider pre-montate, ha decentramenti micrometrici sia verticali che orizzontali, il dorso girevole ed un semplice mirino con mascherine intercambiabili che però hanno dei riferimenti per i decentramenti, permette ovviamente anch’essa l’uso dei più vari dorsi digitali, il costo è sui 2.600 euro il corpo, sui 6.000/7.000 euro un apparecchio completo di ottica. È bella, ma non molto compatta è sostanzialmente una evoluzione delle precedenti. Non è un apparecchio innovativo, design a parte, ed in fondo rispetto alla nostra cinesina non offre sul campo molto di più.
L’Arca Swiss RL3d è invece un apparecchio davvero innovativo e molto versatile, può montare qualsiasi ottica, ma vanno spedite in fabbrica per essere installate su precisissimi barilotti con attacco a baionetta eventualmente accoppiabili ad un telemetro elettronico (una cosa del genere non si era mai vista). Il prezzo dei barilotti e del montaggio è di circa 1000 euro, ed in effetti visto il livello costruttivo è un prezzo onesto. Oltre ai decentramenti micrometrici la macchina consente un moderato basculaggio precisamente calibrato sul punto nodale (ganzo). È perfettamente integrabile nel sistema di banchi ottici Arca. Il mirino è sofisticatissimo, mostra i decentramenti ed ha la correzione dell’errore di parallasse. Insomma è un prodotto davvero al top. Costa di conseguenza: sui 5.500 euro il corpo; sui 9.000 una completa, ma ad oggi in giro si son visti solo i prototipi. Rispetto alla Cambo offre realmente di più ed il prezzo è più comprensibile ed adeguato.

La 45-SPS

[http://www.youtube.com/watch?v=RULdI4aRyR4]

 La 45-SPS (Shifting Point & Shoot) è un apparecchio di grande formato molto semplice pensato principalmente per un uso veloce, per la fotografia di architettura e per essere usata a mano libera facilmente e senza tanti patemi.
La 45-SPS può montare ottiche dai 47 ai 150 mm di un po’ tutte le marche, naturalmente usando i rispettivi coni e elicoidi, e anche in configurazione completa costa pochissimo (per il genere), si parla di cifre tra i 1200 ed i 1500 dollari (a seconda del cono), ottica esclusa. 800 dollari il solo corpo. Insomma, con un ottica nuova costa molto meno della metà della più economica concorrente e offre quasi altrettanto, la maggior parte degli utenti però vi monterà ottiche di seconda mano o che già possiede, abbassando ulteriormente il costo.

Il corpo permette un decentramento verticale di +/- 20 mm, 40 mm in totale, sufficiente nella maggior parte dei casi, specialmente con ottiche corte.

È leggera e maneggevole, ha due comode e solide impugnature laterali (per i vanitosi anche in rosewood, optional) ed una ingegnosa sede per il flessibile di scatto posta sulla sommità delle impugnature (lo scatto può essere messo sia a destra che a sinistra).

L’economicissimo mirino è piuttosto buono, specialmente in relazione al prezzo (con 150 dollari non si compra neanche un mirino usato dei produttori blasonati) ed ha un sistema di maschere per simulare l’inquadratura delle diverse lunghezze focali efficace, anche se non permette la visualizzazione dei decentramenti.

Ha un dorso con vetro smerigliato ben fatto con le molle a lunga escursione e che quindi non darà problemi nel caso si volessero usare dorsi per medio formato spessi come i Cambo-Calumet o i Toyo. C’è anche l’attacco Graflock per gli altri dorsi medio formato (Vista, Horseman, Linhof) e per l’eventuale uso di dorsi a scamotaggio per i sensori digitali. In proposito Fotoman, al pari dei concorrenti, può fornire i più svariati adattatori.

 La costruzione non da spazio a critiche, è basic, ma di qualità. Le fusioni sono ottime (coni) e ben rifinite a macchina, le lavorazioni dal pieno idem. Le anodizzazioni e le verniciature non hanno difetti. La slitta per il decentramento è fatta facendo scorrere la piastra anteriore in lega di alluminio su una guida di ottone, è una costruzione economica rispetto a dei cuscinetti lineari, ma è efficace: scorre bene, anche se un po’ di frizione in più non farebbe male. Il blocco del decentramento è fatto con due semplici viti, senza contro piastrina, funziona bene.

 La qualità dei risultati dipende naturalmente dall’ottica usata, e qui di nuovo Fotoman é in vantaggio sulla concorrenza: sulla 45-SPS si può usare qualunque ottica ad un prezzo più che accetabile, i risultati saranno quel che si desidera, non è cosa da poco.

Tutti pregi e nessun difetto?

 No, ovviamente. La ditta è giovane e ci sono alcune ingenuità di progettazione.

Il mirino, comune per tutte le Fotoman, è rettangolare ed inquadra un campo di circa 120° in orizzontale, circa la metà in verticale, il limitato campo inquadrato verticalmente non consente l’uso di mascherine che simulino il decentramento. Lo consentirebbe (in teoria) con ottiche superiori ai 75mm, ma non sono previste. Insomma se si decentra è necessario controllare sul vetro smerigliato e non è il l’ideale per apparecchi che prevedono l’usabilità a mano libera tra i loro “plus”.
Per fare un esempio la Horseman 612 Pro (costosa concorrente della Fotoman D-max) ha un mirino che inquadra un campo circolare e in cui possono essere montate mascherine che simulano i decentramenti ed inoltre sono girevoli potendo così simulare il decentramento sia a destra che a sinistra, o cambiando mascherina, sia verso l’alto che verso il basso. Le mascherine hanno anche una finestrella da cui sono visibili la bolla (orizzontale) e le impostazioni sull’ottica (tempi, diaframmi, distanza di messa a fuoco). Il solo mirino Horseman costa comunque sui 1000 dollari, mascherine escluse; tanto per mettere il tutto nella giusta proporzione.
Altro difetuccio è che la livella a bolla (circolare) è posta sulla sommità del mirino, quindi ovviamente è visibile solo se la macchina è sul cavalletto, cioè quando presumibilmente serve meno (si possono usare le bolle del cavalletto o della testa). Avere le bolle sul corpo macchina, magari visibili atraverso il mirino, sarebbe più pratico e preciso.
Il vetro smerigliato ha un’antina di protezione a molla che protegge sufficientemente bene, ma l’apertura limitata a circa 90° fa si che stia un po’ tra i piedi (o, per meglio dire sulla fronte) quando si voglia lavorare sul vetro smerigliato con la loupe, e coi grandangolari (che richiedono di muoversi lateralmente per avere buona visibilità sul vetro smerigliato) la situazione é anche peggiore. Purtroppo l’antina non è rimovibile. Sarebbe stato assai piú pratico l’utilizzo di un paraluce folding universale e rimovibile, il prezzo è più o meno lo stesso, si può togliere quando da fastidio e protegge anche meglio.
L’attacco per il cavalletto è ben fatto ed è già compatibile con l’attacco tipo Arca-Swiss che ormai si può considerare lo standard, c’è naturalmente anche la filettatura sia piccola che grande per l’uso in ogni sistema. Purtroppo è posizionato un po’ in alto, su molte teste la parte superiore della testa o dell’attacco rapido interferirà col decentramento verso il basso, è sarà necessario dotarsi di un distanziale. È poca cosa, ma visto che l’avevano fatto davvero bene è un peccato non aver avuto questa piccola accortezza in più.

Altri difetti veri e propri la macchina non ne ha, ma per essere perfetta per me, ci vorrebbero un paio di features in più.

Come sarebbe la 45 SPS dei miei sogni? Come quella in commercio con l’aggiunta del decentramento orizzontale (è possibile e forse già previsto, c’é un distanziale proprio dello spessore giusto…), di un dorso girevole (per fare inquadrature verticali senza girar la macchina) o almeno un attacco per cavalletto laterale. Avrebbe le bolle sul corpo macchina e l’attacco per il folding focusing hood universale. Ci metterei anche dei click sulla slitta del decentramento.

Utima cosa, ci vorrebbe una seconda slitta per montare un telemetro. Prima del recente passaggio di mano Fotoman vendeva un simpaticissimo telemetro aggiuntivo ed ora che sono in distribuzione le Point & Shoot 4×5” ed 8×10” forse sarebbe il caso di rimetterlo in produzione. La 45-SPS dei miei sogni costrebbe più o meno il doppio, ma quei soldi in più ce li spenderei volentieri.

Ah, sia chiaro, anche con i suoi difettucci la voglio lo stesso! (mi va bene anche senza mirino, ci metto quello Horseman). Le alternative hanno prezzi davvero molto elevati e quella che offre di più, vista la preziosità e delicatezza dell’oggetto, ammesso di riuscire a farsela fare davvero, non consentirebbe l’uso sereno e spensierato della Fotoman 45-SPS.

 Natale è alle porte, fate una colletta?