Andrea Calabresi

Promozione di Natale 2017

 

Per festeggiare degnamente il Natale proponiamo sconti eccezionali per chi prenota uno dei nostri corsi tra il 15 novembre ed il 24 dicembre 2017.

Sconto di 40€ per i corsi di un week-end!
Sconto
di 80€ per il corso di tre week-end!

I nostri corsi intensivi di un week-end

Fotografia Analogica 1° livello
Fotografia Analogica 2° livello
Fotografia Analogica 3° livello
Esporre per le Ombre, Sviluppare per le Luci
Un week-end col Banco Ottico
Creatività in Camera Oscura
La Scansione del Negativo (BN e Colore)
La Notte

Il nostro corso di tre week-end:

Camera Oscura

La promozione è valida dal 15 Novembre al 24 Dicembre 2017 ed è valida per tutti i corsi in programma dal 13 Gennaio all’8 Luglio 2018. Lo sconto non è cumulabile con altre promozioni.

I bei ricordi d’un insegnante – III

Questa è davvero antica!

Dovrebbe essere la classe del 2000. Una gita primaverile al mare di Sperlonga con il banco ottico.
Allora per far “le prove” si poteva usare una lussuosissima Polaroid 55!

Autrice dello scatto, sotto al panno nero, Gaia Miletic, poi (in senso orario), il sottoscritto, Paola Cantini, Francesco Saverio Calabresi, Rosette Zand, Fabio Severo, Alessia Cervini, Teresa Tomaino, Emerenziana Iannoni, Filippo Trojano.

Seconda puntata del racconto a puntate…

London Natural History Museum. 1995Ecco la seconda puntata del racconto di Pietro Peresutti.

Ci si avvia ad accoglierlo: cortile, 2 rampe di scale, 10 stanze, 3 corridoi, 1 atrio, piazzale con parcheggio:la macchina si ferma, scende un tizio e sospettoso si guarda intorno; il tempo è incerto: quella leggera, umida caligine marzolina (anche se siamo a maggio); lo colpisce una bordata di pioggia e il suo umore si incupisce ulteriormente “ma dove sono capitato?!”. Gli andiamo incontro, ci guarda e ci studia come se non fosse convito sul da farsi “ma questi disperati sono proprio loro o sono due che mi vogliono rapinare?” Abbozza un sorriso che sembra ad un punto di domanda, ricambiamo e a quel punto scoppia in una risata che lo illumina tutto “Uè ragazzi!!!! Che giornata, che giornata. Eppure glielo avevo detto che oggi dovevo partire per i cazzi miei, ma niente, fermo lì a lavorare fino all’ultimo riparando ai casini degli altri! Che viaggio… Ma anche tu, dove minchia abiti?!? Che bello, non mi sembra vero, tre giorni di pace e tranquillità, solo per me, fuori da tutto e senza impe…” sulla “gni” parte il cellulare “…si…no…nonono, nei prossimi giorni non ci sono….no proprio non posso ritornare al lavoro adesso…ma come «cerca di muoverti»… sono a 400 km da…ma come «guarda che qua va tutto a puttane»……”. Nei giorni che seguiranno, sia io che Andrea avremo modo di apprezzare il grado di simbiosi che questo strano individuo, metà uomo e metà cellulare, era riuscito a raggiungere con la sua vita lavorativa: un connubio ben distribuito tra nevrosi da “stress della vita moderna” ed un’incrollabile, contagioso buonumore che gli permetteva di godere della compagnia, delle sue passioni e, addirittura, del suo stesso lavoro.
Ed in un attimo eccoci li, pagine di un forum trasformate in tre persone capaci di comunicare fra di loro senza necessariamente far capo al sistema zonale e di riferirsi al mondo esterno senza dividerlo in frazioni di stop. Decisamente una bella compagnia, di quelle che incontri raramente; non conoscersi quasi e in un niente trovarsi a condividere un atmosfera che si fa subito piacevole.
Con buona agilità sminchiamo un paio di bottiglie e i discorsi prendono quota; Andrea, inizialmente provato dal viaggio, col far della notte comincia a svegliarsi, gli occhi gli si accendono d’una luce furbina ed alle due è decisamente ringalluzzito. Io e Paolo, diversamente, cominciamo a sentire l’impatto della giornata e come se ci avessero tolto un tappo, iniziamo ad afflosciarci sulle sedie.
Abbozzo con la voce impastata dal sonno e dall’alcol un timido “ma gnon e che sci poscia n’dare a dormire? Guardo Paolo che scrolla vigorosamente il capo in quello che vorrebbe essere un gesto affermativo. Il Maestro sconsolato da una così scarsa resistenza dei due baldi neoallievi, ci osserva con gli angoli delle labbra decisamente piegati verso il basso; si prova a resuscitarci con un paio di parole magiche: “Tempo di Comparsa!!”, “Sensibilità Effettiva!”… ma noi continuiamo a scivolare e quando il nostro naso raggiunge il bordo del tavolo s’arrende all’evidenza: “va beh, a nanna eh?! Occhei, quindi, domani alle nove tutti operativi in camera oscura!”.
Ed infatti il giorno seguente ci svegliamo alla spicciolata, mi guardo allo specchio e riscopro una faccia ancora più “intelligente” del solito. Incrocio sulla via del cesso Andrea che a sua volta presenta i segni del torpore mattutino: la forzata distanza dall’ultimo caffè della sera precedente – il ventitreesimo – gli impediva di aprire completamente gli occhi alla luce arrendendosi al fatale inizio d’un’altra giornata. “Oh, buonjorno” borbotta laconico con quel suo strano accento in cui le inflessioni toscane si mescolano ad una solida base di dialetto romanesco che né la distanza da casa né gli anni di insegnamento in lingua inglese erano riusciti ad eliminare. “Viva! Come va? Passato bene la notte?” “Bene, bene. Grazie. Ora però c’ho bisogno d’un caffé”. Vado a bussare alla camera di Paolo nell’idea di richiamarlo fra i vivi tentandolo con la falsa idea d’una lauta colazione…non arriva risposta. Riprovo ed alle mie spalle esplode un fresco “Ciao ragazzo! Svegliato sì? Beh allora si comincia. Daidai che son proprio curioso! Chissà che riusciamo a fare quest’oggi. Sì perché proprio voglio vedere cosa mi manca e dove ho sempre sbagliato in tutti questi anni di camera oscura, perché le mie stampe fanno sempre ca-ga-re e perchè….” Da dove cavi fuori tutta quella energia in una parte della giornata in cui io riesco si e no a calarmi la brachetta per fare i bisogni, m’appare un mistero. Cocaina?!? “nono, io non dormo molto la mattina, non ci riesco, è questione d’abitudine, son sveglio già da un po”, mentre parla va trappolando con il notebook ed invia un paio di messaggi col cellulare.
Lasciati finalmente alle spalle i fumi del sonno l’avventura comincia: il sole si alza e noi ci infiliamo nel buio. “Sisi, bene, cominciamo: c’habbiamo qui? Questo eeeè sì, Neutol NE. Occhei, allora prepara una diluizione di 1+9 e di 1+15, ci serviremo di sviluppi più o meno energici a seconda del fattore che utilizzeremo per il tempo di comparsa. Questo ci permetterà anche di capire quanto simili siano i risultati anche con diluizioni diverse purchè si cominci a ragionare in termini di comparsa dell’immagine e non di tempo assoluto; porta quattro bacinelle….”. Sparisco e ritorno con delle vasche per il 24x 30 “…di formato 30×40…” Mi eclisso tornando un attimo dopo baldanzoso e saltellante con dei recipienti ancora più piccoli di quelli di prima “…………”. Glielo si legge negli occhi, velata da un sorriso compare l’espressione dell’oioi se sarà dura! “30×40!!” Bofonchio a titolo di scusa qualcosa a riguardo del non aver capito, svista e disattenzione; scompaio per ricomparire un po’ più mesto di prima “oooh adesso si! Vai che ci siamo. Prepara i chimici”. Rincuorato procedo a far disastri col mio solito stile spensierato. Bacinelle piene e tensione palpabile, ci viene descritto il compito della mattinata: apprendere il metodo per arrivare a conoscere i materiali con cui andremo ad operare, ovvero, caratteristiche della carta e suo comportamento al variare del fattore di sviluppo. Il primo passo: calcolo del minimo nero e localizzazione del minimo fattoriale per il raggiungimento d’un nero uniforme.

Seguono le indicazioni pratiche, precise e chiare: si inizia

…ecco…il Maestro è uscito, son qui con Paolo, il compito è stato assegnato, spiegato in termini intelligibili, quindi procediamo: che faccio… prendo la carta e la metto sotto l’ingranditore…poi la tiro via, quindi la espongo….no!.. prima espongo poi tirovia, poi faccio il provino a scalare sulla metà d’un quinto del foglio che infine taglio in tre quarti che con un giro di valzer sviluppo per 6xT.D.C. e quindi…..PANICOOO!!! Paolooo non capisco più un cazzo; credimi, fino a ieri fui capace…mi sono imparato…sapevo anche fare…. aiutami ti pregoooo! Mi guarda per un attimo, interrogativo, poi capisce che non sto scherzando e scoppia a ridere.“Allora, susu! Uè, tu chiedi aiuto a me? Ma se sei a casa tua; sei tu che mi devi spiegare come funziona questa carriola” e punta il dito verso il mio ingranditore. Mi sento rincuorato dalla sua tranquilla sicurezza ed abbozzo un sorriso. Con fare rilassato ed esperto si aggira nella penombra: “Vediamo un po’ che dobbiamo fare…”, tentonando afferra un pacco di carta, fa una piroetta, muove con passo sicuro verso l’ingranditore e si fracassa la rotula destra contro uno spigolo. Mantenendo un’aplomb degno d’un Lord, chiama a testimone del suo fato uno strano pantheon dove fra le diverse figure spiccano S. Giuseppe dei mutilati, Lazzaro risorto e la Madonnina incoronata. Capisco d’essere in buona compagnia: parla la mia stessa lingua, finalmente qualcuno con cui comunicare! Tanto più che siamo nel luogo giusto. Quattro anni fa, infatti, il parroco del mio paesino, complice una serie di lavori nella chiesetta parrocchiale, aveva chiesto a mia nonna di poter trasferire l’esercizio del culto momentaneamente – “due o tre mesi al massimo” aveva detto – in una delle stanze della casa: quella accanto alla camera oscura. E così, da un momento all’altro, il mio personale colloquio con l’Altissimo durante le sedute di stampa s’è trovato a godere d’una corsia preferenziale. Il tempo di riprendere fiato dalla strana cantilena in cui Paolo si era esibito e la voce d’Andrea attraversa la porta: “Fattooo!?!” Borbottando frasi sconnesse abbozziamo una serie di scuse puerili “va benee, ancora un attimo allora”. Raccolte le idee e ripreso un minimo di contegno, riusciamo a raccapezzarci: il lavoro procede. Nell’arco di qualche minuto stringiamo soddisfatti fra le dita un foglietto di carta zuppo e all’apparenza tutto nero…. “bene, eee vediamo che abbiamo qui”. Prende con aria interrogativa il prodotto del nostro parto ed incomincia ad aggirarsi come una falena intorno alla lampada che pende dal soffitto nel disperato tentativo di far cadere sulla carta la giusta quantità di luce dalla giusta angolazione “…. ma guarda se si può avere una camera oscura zeppa di roba e non avere una cavolo di farettino da ikea….” Noi intanto lo seguiamo nel suo girotondo torcendo la testa per cogliere il grado di riflesso cercato: l’immagine complessiva è quella di due indiani che seguono lo stregone in un ballo propiziatorio intorno al fuoco. Alla fine Andrea si ferma, punta un dito sulla carta ed esclama: “ecco!”. Ci si avvicina, ci mettiamo nella sua posizione e finalmente riusciamo a capire quanto Andrea aveva più volte ripetuto sul forum di Analogica: “se osservate con una lampada moscietta ed in luce radente le stampe, anche se sono bagnate mostrano a grandi linee quale sarà il risultato finale”. Si aggiusta ancora un po’…“Ora, l’ultimo nero non distinguibile da quello che gli sta accanto è questo, Giusto?!?” Il Maestro è immobile, in posa ieratica sotto la lampada che proietta la sua luce obliqua, con il dito puntato ad indicare sulla carta una linea che a noi sembra puramente immaginaria. A guardarlo vengono in mente le iconografie bibliche dove il Messia dall’alto di una nuvoletta, circonfuso di luce, indica al suo popolo la strada per fuggire dall’Egitto. Paolo ed io cominciamo a saltellare per meglio afferrare quello che Andrea ci sta mostrando. Dopo qualche tentativo, riusciamo ad individuare anche noi la separazione ed in quel preciso istante vengo folgorato da due intuizioni:

  1. per la prossima puntata devo trovarmi un faretto adatto.
  2. i vari test fatti da solo sono irrimediabilmente da considerarsi spazzatura.

 

Continua…
A presto!

Buoni propositi…

Berlino, 2001Quello che segue è un testo scritto nel 2004 insieme a Fabio Severo ( http://www.hippolytebayard.com/ ) a proposito dell’insegnare la fotografia. Allora io e Fabio collaboravamo a vari progetti e tenevamo insieme un corso di fotografia.
Ripropongo quel testo a otto anni di distanza perché è mi pare sempre valido ed a tratti “profetico”…

Alcuni problemi aperti sulla fotografia, la sua storia ed il suo insegnamento.

La fotografia è un campo in cui l’espressività, la qualità e l’intensità dei risultati conseguiti dipendono da molti fattori, che si possono riassumere nelle modalità con cui ci si accosta alla creazione di un’immagine. Tali questioni si pongono ancor più urgentemente nel momento in cui la fotografia la si vuole insegnare.
Ci siamo posti a lungo il problema di capire perché sia cosi difficile far sì che gli studenti imparino a maneggiare l’insieme di possibilità e scelte espressive con cui giungere a realizzare le immagini che vogliono: in breve, l’espressione attraverso la tecnica. Crediamo che una risposta sia possibile, anche se articolata e complessa.
Questo è un primo tentativo di affrontare alcuni problemi ancora aperti sulla fotografia, la sua storia ed il suo insegnamento.

La prima constatazione da fare ci sembra sia che molte persone non vedono nella tecnica uno strumento espressivo. Questo sembra sostanzialmente dovuto al fatto che essa viene considerata il mezzo per giungere a delle immagini “tecnicamente corrette”, un ricettario di formule aride, piuttosto che il presupposto per articolare un linguaggio solido e consapevole. Ed è proprio del senso di questa accezione di “corretto” che drammaticamente non ci si rende conto. Già nel pronunciare questa parola, automaticamente ammettiamo che non possiamo fondarla e determinarla noi, è un concetto che ci viene imposto. Ed è appunto fin da questo primo momento che si rischia di fare la prima abdicazione alla possibilità di creare delle immagini.
A questo punto immagini “tecnicamente corrette” può divenire facilmente sinonimo di immagini “accademiche”, stereotipate: il campo creativo e di esplorazione va a limitarsi alla realizzazione di immagini che abbiano la loro legittimità, il loro senso di esistere nel loro rapporto diretto e debitore verso il già fatto e il già visto.

Ed in parte, almeno, la storia gli da ragione. La Eastman Kodak Company, se non sbagliamo era il 1890, faceva la pubblicità del suo primo apparecchio amatoriale di larga diffusione con lo slogan: “voi premete il bottone, noi facciamo il resto”. Questo fu il presupposto per una ancora più larga diffusione della fotografia e per un successo industriale senza precedenti. Ed in fondo tutta l’evoluzione della fotografia di consumo continua a seguire questa direzione, con l’ultima novità che promette di risolvere le magagne della precedente. E si arriva ai nostri giorni con il successo del digitale, che dovrebbe rendere più facile e rapido ottenere immagini di qualità e mantenere (finalmente!) le promesse fatte allora. E perdonateci se tralasciamo in questa sede l’evidenza del fatto che se c’è stato e continua ad esserci un miglioramento tecnico, tale slogan non era e non sarà mai vero.

E a ben guardare più indietro nella storia fino, forse, al XI sec. con l’invenzione della camera obscura e poi dopo con la camera lucida e le machines à dessiner, ardevamo dal desiderio di inventare il disegno automatico, e si badi bene, il più automatico possibile e magari alla portata di tutti. Rimane tutto da indagare il concetto più recente per cui più automatico dovrebbe anche significare migliore, per cui più è meccanico e meno è soggettivo, più è vero.
E poi, e siamo dietro l’angolo, con il surrealismo e la similitudine tra una certa fotografia e la “scrittura automatica”: la fotografia dovrebbe avere “in sé” la capacita di rivelare il flusso vitale ed espressivo di pensieri ed immagini non mediati dalla Ragione, per la sua possibilità di poter produrre immagini senza pensarci su tanto.
Ma purtroppo questo “in sé” ci ricorda troppo lo slogan della Kodak. E poi, siamo agli anni ’50, cioè oggi, a William Klein ed ai suoi epigoni in attività, che hanno rinunciato a tutto quanto non sia premere il bottone, in nome di una supposta maggior intensità, che ormai è diventata sinonimo di immediatezza.
Una vaga consapevolezza di schemi espressivi acquisiti e storicamente consolidati viene vista come l’unico mezzo per giungere alla “libera espressività”, libera da pensieri e preoccupazioni. Con il nostro piccolo bagaglio di misteriosi valori pratici ed estetici, su cui non ci si pongono piu domande, saremmo finalmente liberi da noiosi calcoli, pronti a cavalcare le nostre idee creative.

E quindi l’esperienza della tecnica finisce per diventare sinonimo di inutile e vezzosa complicatezza, astrusità e freddezza. È un freno a questa “libera” espressività di cui si ha evidentemente tanto bisogno. Ed è vissuta tanto più come ingombrante proprio nel momento dello scatto, dato che questo momento (a cui si vuole ridurre il tutto) è vissuto come esperienza catartica, in cui si troverebbe finalmente(!) nella realtà l’epifania di un’immagine che racchiude e conclude la tensione espressiva e tutto il rapporto col mondo “reale”.
In altre parole, non viene dato spazio alla scelta e alla consapevolezza di ciò che si vuole ottenere, perché considerate nemiche del brivido creativo, di una romantica e religiosa concezione dell’ispirazione come di un fuoco sacro che non si può far altro che assecondare.
Questo atteggiamento porta inevitabilmente a concentrarsi su una serie di effetti di superficie che si desidera che le proprie immagini portino con sé, un “sapore”, un “mood” che a questo punto possono veicolare tutti i contenuti che si vogliono, o meglio fanno sì che esistano solo determinati insiemi di possibili accoppiamenti linguaggio-significato o forma-contenuto in cui potersi muovere. Il lavoro sulle immagini rischia di diventare a questo punto semplicemente una continua scelta fra opzioni che già esistono, di cui, più o meno consciamente, più o meno fedelmente, si cerca di seguire le orme, finendo per cadere nella trappola da cui si voleva sfuggire.

Possiamo ipotizzare che seguendo questa modalità di lavoro si imponga un tipo di rapporto col linguaggio visivo che possiamo chiamare “riconoscimento”. Per “riconoscimento” si intende che si pensa di trovare nella realtà un’immagine tale da “significare” qualcosa, significare nel senso di corrispondere ad una tipologia di immagine che nel momento storico contingente viene normalmente associata ad un certo significato o ad un certo stato emotivo. Si fanno delle fotografie, e si finisce a sentire come le migliori proprio quelle che più rimandano alle immagini che già conosciamo, che già abbiamo visto.
Non ci sono più idee da far diventare immagini, ma solo immagini che corrispondono a idee gia date. La modalità operativa è capovolta!
È paradossale, ma in questo modo, l’unica cosa che non ha più importanza è proprio l’immagine, e, di conseguenza la ricerca su di essa e sulla tecnica necessaria per realizzarla. Questo fa sì che le immagini siano abbastanza approssimative ed intercambiabili: vanno bene purché “significhino”, o meglio “funzionino”, e non per una loro necessità di essere proprio in un certo modo.
Si spende magari una vita a fare immagini, a dargli un senso ed un valore, e non ci si rende conto che lo si fa solo in termini di risultati, di effetto, di impatto visivo, piuttosto che considerarle sempre e comunque all’interno di una ricerca, che le renda sempre pronte a crescere, a migliorare, a diventare più belle. Si finisce a ragionare a medagliette, a paletti messi, a fotografie fatte piuttosto che a percorsi da esplorare, dimenticando l’importanza imprescindibile che andrebbe data al nostro ricercare.

Sconsolati constatiamo l’appiattimento delle capacità immaginative su ciò che si sa essere possibile tecnicamente e riconosciuto storicamente (non dovremmo neanche più parlare di capacità immaginative, ma forse solo di semplici combinazioni di elementi precostituiti).

Se dal punto di vista artistico quanto detto è evidentemente del tutto fallimentare, è meno evidente quanto ciò sia dannoso anche dal punto di vista professionale, ma il fatto è che il linguaggio storicamente consolidato delle immagini che deve essere usato dal professionista perché gli consente una comunicazione facilmente “comprensibile” e “di successo” non può essere compreso ed analizzato né tanto meno usato se non ne viene nemmeno percepita l’esistenza, figuriamoci le sue implicazioni e le sue difficoltà.

Il problema didattico allora diventa quello di capovolgere questo punto di vista e per quanto riguarda il nostro progetto d’insegnamento, far capire che la tecnica non è il freno all’espressione, ma lo strumento necessario affinché ci si possa esprimere. Per realizzare un’immagine fotografica è ed è sempre stato necessario un insieme di operazioni ed ognuna di esse concorre a determinare il risultato finale: possiamo anche rinunciare ad intervenire in ogni fase della realizzazione di una fotografia, ma dobbiamo essere consapevoli che necessariamente lo farà per noi qualcun altro, o peggio, qualcos’altro.

Potremmo paragonare questo atteggiamento da “cacciatore” di pezzettini “espressivi” di “realtà”, tipico di tanti fotografi, alla vita dell’uomo pre-neolitico, cacciatore e raccoglitore.
Riteniamo invece necessario lavorare come uomo che abbia fatto già la sua rivoluzione neolitica, cioè un uomo che sia diventato contadino, pastore ed artigiano. Con tutto il bagaglio di conoscenze, di creatività, e di progettualità che questo comporta.

Si cominicia

Ragazzi, si comincia …

Andrea