Fatta in occasione della mostra tenuta alla MAC – Maja Arte Contemporanea nella primavera 2019.
Non pubblicata dalla “Rivista X” perché lunga e non adatta al pubblico. Testo delle domande parafrasato, risposte invariate.

Il primo ricordo legato a questi magici apparecchi?
La macchina fotografica di mio padre, una Super Ikonta degli anni ‘50. Avevo 7-8 anni e la usavo molto spesso divertendomi moltissimo a cercare di indovinare la messa a fuoco e l’esposizione. La passione era sbocciata e per mia fortuna fu alimentata, ho anche due zii appassionati. Qualche anno dopo ebbi una macchina fotografica tutta mia e rullini a sufficienza. Dallo scattare a desiderare una camera oscura il passo fu breve. Arrivò in regalo per il 13° compleanno e da allora non ho mai smesso di stampare.
Per me la vera magia è quello che succede in camera oscura, è lì che, nelle accorte decisioni che si prendono tra sviluppo e stampa l’idea, l’immagine latente, diventa vera, acquista la dignità della rappresentazione.

Quale approccio è necessario adottare per ottenere un racconto efficace?
Una proposta visiva è efficace quando riesce ad utilizzare bene elementi iconografici ben radicati culturalmente, diffusi e facilmente associabili a significati consueti. La pubblicità ben fatta è efficace, sono efficaci i reportage che vincono premi o i film di genere. Per essere efficaci è necessario non proporre mai nulla di nuovo. Se si vuole un po’ di libertà pur rimanendo efficaci, il massimo cui si può aspirare è giocare con la ricombinazione di elementi noti o col ribaltamento di significati consueti.
Gli artisti non dovrebbero mai preoccuparsi di essere efficaci, ovvero facilmente comprensibili, perché il loro compito è quello di rinnovare l’immaginario, di donare al pubblico la possibilità di creare nuove associazioni tra elementi visivi ed esperienza umana.

Qual è oggi il ruolo del linguaggio fotografico?
Non credo che dovremmo continuare ad abusare del termine linguaggio. Nel nostro ambito lo si sente o legge quale sostituto di stile, genere, medium, etc. alle volte addirittura al plurale, tutti questi usi impropri ne fanno un termine dall’oggetto non identificabile se non in maniera deduttiva, sempre un po’ incerta.
Tornando alla domanda, se interpreto bene, qui linguaggio starebbe per medium. Oggi la novità è che la fotografia digitale ed i social network consentono la diffusione della fotografia quotidiana che così si è trasformata da privata a pubblica. Questo cambio d’uso ne ha, naturalmente, stravolto anche la funzione che è passata da ausilio della memoria a strumento di auto-promozione. Per tutto il resto mi pare che il ruolo della fotografia sia sempre il solito, che equivale a dire che la fotografia “alta” è sostanzialmente rimasta al palo e non riesce ancora a gestire il cambiamento dei mezzi di produzione e diffusione dell’era digitale.

Oggi è il tempo di Photoshop, del ritocco… cosa vedi nel futuro?
Questa era l’epoca. Photoshop e gli altri software per l’elaborazione delle immagini sono già prodotti del passato, sono prodotti di nicchia, usati da amatori smaliziati o professionisti, gente che sa ancora usare un computer!
Non so vedere il futuro, ma immagino che sarà simile ad Istagram; che apparterrà a chi svilupperà programmi che non hanno alcuna funzione identificata con delle parole, né menù complessi; programmi che possano essere usati solo tramite icone col risultato immediatamente salvabile e condivisibile. Insomma funzionalità che chiunque, ovunque nel mondo, possa usare in maniera intuitiva e inconsapevole.

Non credi che chi è ossessionato dalla tecnica perda enfasi e magia?
Nessuno dovrebbe essere ossessionato dalla tecnica, però l’idea che tecnica e “magia” siano in conflitto è una mistificazione che nasce dal Surrealismo. In realtà non esiste conflittualità tra tecnica e capacità espressiva, è vero l’opposto.
Analogica o digitale che sia, l’immagine fotografica non nasce mai visibile e pronta all’uso e prima che sia visibile e che a noi umani vada bene deve essere elaborata. Questa elaborazione può essere fatta automaticamente lasciando all’utente l’ingannevole percezione che sia fatta senza tecnica, spontaneamente, mantenendo la “magia” dell’immediatezza, quando in realtà l’utente sta solamente usando la tecnica e quindi l’estetica preimpostata da coloro che hanno messo a punto le procedure automatizzate.Chi non accetta un’estetica prefabbricata deve dominare la tecnica che gli consenta di costruirne una propria.

Quali sono le istanze etiche ed estetiche nel tuo lavoro?
Credo che siano cose solo in parte separabili, l’estetica risponde a delle precise esigenze espressive; esigenze che hanno anche una loro ragione d’essere etica. In The Upper Half sono inscindibili, sono parzialmente separabili in Close Landscapes dove ci sono anche contenuti etici demandati alla scelta del soggetto e non solo a come esso viene rappresentato. Close Landscapes racconta anche dell’intervento dell’uomo sulla natura nella sua ambiguità e cerca di farlo andando oltre facili generalizzazioni: se la trasformazione dell’ambiente naturale è necessaria alla nostra sopravvivenza, farla con intelligenza creativa e senza ingordigia distruttiva è la ricerca continua di un equilibrio difficile.
La mia ricerca estetica segue alcune linee principali: la resa tonale, un approccio diverso alla composizione e alla suggestione della profondità.
Solitamente la resa tonale dei processi fotografici è enfatica, abbastanza lontana dalla percezione umana. È una resa che può essere affascinante, che tende comunque ad essere d’effetto. Cerco invece una resa tonale credibile, trasparente, non enfatica. Potrebbe sembrare la ricerca di una neutralità meccanica, ma è l’opposto: è piegare la tecnica per portare un’immagine, generata con strumenti tecnologici, all’umano. È un lavoro faticoso che richiede il continuo rifiuto di quel certo abbellimento enfatico che i processi fotografici ci regalano per ritornare all’esperienza del percepito.
La fotografia non può liberarsi della prospettiva, però possiamo inquadrare in modo da non soggiacere alla sua tendenza a creare un ordine gerarchico. Io penso le mie immagini come composte di piani semitrasparenti non ordinati gerarchicamente e lavorandole in camera oscura tratto ognuno di questi strati ideali in maniera leggermente diversa cercando di suggerire un loro diverso posizionamento nello spazio tramite sottili variazioni di tono e contrasto.
Per me la composizione è solo la conseguenza inevitabile del taglio e questo taglio può essere fatto in due modi; modi opposti nel risultato e nelle intenzioni. Si può, come in una pala d’altare, rinchiudere un pezzettino di mondo in una struttura che lo ordina e domina, rendendolo al contempo concluso e autosufficiente, oppure, senza pretese di dominio, tagliare “aprendo”; tagliare in modo si sia portati a immaginare che ciò che si osserva nella fotografia abbia fuori di essa un’estensione dai limiti indefinibili.

Insegni fotografia analogica. Lavorare oggi in analogico potrebbe essere considerato un evento?
Non credo. La fotografia analogica è diventata un prodotto di nicchia, ma è una nicchia in salute. Molti giovani, nativi digitali, frequentano i nostri corsi; molti altri, dopo l’entusiasmo iniziale, abbandonano la fotografia digitale e tornano alle origini.
Credo che ormai si siano quasi tutti resi conto che, dal punto di vista pratico, analogico e digitale non si escludono a vicenda: in certi ambiti la pellicola è più efficace, in altri lo è il digitale, in altri si equivalgono.
Fotografo con la pellicola perché quello che faccio in digitale non sarebbe possibile, ma anche perché non esiste solo il punto di vista pratico ed io non amo il modello di consumo del mondo digitalizzato. Preferisco i prodotti della prima rivoluzione industriale.

Close Landscapes e The Upper Half. Me ne puoi parlare?

Ho realizzato Close Landscapes tra la fine del 2001 e l’autunno 2008. Di seguito ho realizzato la prima parte di The Upper Half, Moon e dal 2013 sto lavorando alla seconda parte, Sun. The Upper Half non ha ancora trovato la sua forma definitiva, insisterò ancora, ma nel frattempo sto già lavorando ad un nuovo progetto.
Close Landscapes ha un nome inglese perché ha debuttato a NYC e perché close vuol dire vicini e intimi, ma al contempo ha nella sua radice chiusura e i miei paesaggi sono il contrario di una veduta e di ciò che questa rappresenta. Il progetto nacque da una immagine, scattata per altri motivi, che mi colpì molto. Mi ricordava altro, ma non riuscii per molto tempo a capire cosa, alla fine scoprii che non mi ricordava un’altra immagine, ma, inaspettatamente per me, aveva una ispirazione letteraria: i primi versi de l’infinito.
Close landcsapes sono parti di mondo riprese da una distanza breve in rapporto alla loro dimensione e che occupano tutto il campo inquadrato. Questo posizionarsi vicino all’oggetto unita all’uso di un’ottica grandangolare ed alla grande dimensione delle stampe invita lo spettatore, che ricerca istintivamente una visione prospettica corretta, ad una osservazione ravvicinata che a malapena consente l’osservazione di tutta l’immagine. Allora, oltre a sentirvisi immersi, si può apprezzare il deciso scarto di scala tra la terra e quello che la sovrasta, tra il nostro attaccamento ad essa ed il vagare libero del nostro pensiero.
Close Landcsapes oltre al suo aspetto meditativo è anche una perlustrazione del rapporto attivo tra uomo e natura: solo pochissime delle immagini che compongono il progetto sono paesaggi totalmente naturali, negli altri è sempre presente la mano dell’uomo alle volte appena percepibile, altre violentemente evidente.
The Upper Half é uno dei possibili seguiti ideali di Close landscapes. Avevo il desiderio di fare qualcosa che fosse ancora più essenziale, più diretto e meno variegato e al contempo di sfidare i limiti del visibile. Ho così puntato la macchina su una larga porzione di cielo mettendovi al centro prima la luna piena, poi il sole. Ciò che rende possibile la vita e ciò che la rende bella.

Ogni lavoro artistico ha e deve avere molteplici possibilità di lettura ed è stato difficile scegliere su quali aspetti soffermarmi e cosa tralasciare nel breve spazio d’un intervista. Spero che quel poco che ho detto possa suscitare il desiderio di approfondire.

Link di approfondimento:

Articolo
“Un’imperfetta trasparenza” di Andrea Calabresi

Articolo
“Simple Tools” di A. Calabresi pubblicato su YET magazine #5. Pag
68-69

Articolo
“Strumenti Semplici” traduzione dell’articolo pubblicato su
YET.

Intervista
ad A. Calabresi a cura di Fosfeni Lab