La vista di un corpo celeste è un’esperienza intensa e al tempo stesso effimera, in cui il confine tra l’osservazione diretta e la ricomposizione del suo ricordo si fa estremamente labile. Fotografare la luna somiglia al rappresentare l’atto stesso del ricordare, ricreare materialmente una visione che tutti conserviamo nella memoria.

Moon di Andrea Calabresi guarda alla Luna come per interrogare il senso della sua stessa raffigurazione, la funzione iconica di una visione che è tra le più universali che conosciamo: una serie di cieli notturni, ognuno dei quali ospita nel suo centro esatto il cerchio luminoso di una luna piena. Pochi segni bastano a darci il senso della realtà fisica della scena che osserviamo: le forme della sua superficie rivelate da tracce leggere, il contorno luminoso di alcune nuvole che la circondano e a volte scorrono davanti alla sua luce riflessa. Ogni residuo di visibilità viene utilizzato per dare forma al cielo notturno che, in queste immagini, appare in una visibilità assoluta anche se minima, come preso in una forma di oscurità luminosa.

Spesso le fotografie ci indirizzano nel modo in cui ricordiamo, sovrapponendosi alla nostra memoria e imponendoci le loro qualità materiali: il tipo di grana, una certa gamma cromatica, un taglio, un contrasto particolare possono diventare surrogati della nostra immaginazione, come se fossero più veri del nostro stesso guardare. Le crediamo tracce di realtà, anche se sono soltanto approssimazioni di ciò che possiamo osservare direttamente.

Moon si presenta come un esperimento in direzione contraria, forzando la fotografia a ricreare la naturale complessità e ricchezza dello sguardo umano, proponendo una visione amplificata di qualcosa che è spesso ridotto a una manciata di segni confusi e lontani, mentre ai nostri occhi appare sempre, anche se ogni volta per un breve istante, nitidissimo e vicino.

Fabio Severo