“Ethiopia” di Coralie Maneri sarà in mostra a Bologna presso la Sala Manica Lunga del Palazzo d’Accursio dal primo al 23 marzo 2014.

 

L’esposizione presenta 27 immagini in bianco e nero 40×60 cm, tratte dal libro “Ethiopia” con prefazione di Walter Veltroni e introduzione di Andrea Calabresi.

Il volume “Ethiopia”, edito da Carta Canta e che potete ordinare presso la Fondazione Butterfly onlus, contribuirà alla raccolta fondi per la realizzazione di un pozzo d’acqua potabile in un paese del corno d’Africa tra i più poveri del mondo, dove la siccità e le fonti di approvvigionamento idrico malsano mettono troppo spesso a rischio la sopravvivenza della popolazione.

A seguire un estratto della mia introduzione:

Un altra Normalità

Siamo talmente abituati a guardare, fare e condividere fotografie che finiamo con lo smettere di porci domande su di esse. Sono cose da fare, interpretare e archiviare in un attimo. Rare volte ci soffermiamo un po’ più a lungo e quando lo facciamo lo facciamo senza cautela e forse è giusto guardare così le fotografie che noi stessi scattiamo. Eravamo li e quell’immagine serve solo per il breve istante necessario a ravvivare in noi una memoria. Mantenere invece lo stesso atteggiamento verso le fotografie fatte da altri in luoghi non conosciuti ci induce facilmente in errore: la nostra mente è portata a costruire un contesto attorno alle immagini, ma non potendo ricordare ciò che non abbiamo vissuto il contesto che costruiamo è frutto della nostra immaginazione. Forse sarebbe più opportuno essere cauti e riflessivi. Chi fotografa luoghi e popoli a lui estranei potrebbe esporre chi guarderà le sue fotografie a dei pericoli. La mancanza stessa di una conoscenza di prima mano dei luoghi, che non sia cioè mediata da un altra cultura, espone il viaggiatore dotato di macchina fotografica e il suo eventuale pubblico al rischio di veder tradotto in immagini null’altro che il suo pregiudizio. Guardare delle fotografie non è mai come vivere una realtà e bisognerebbe ricordarsi che già osservarla da un mirino non lo è più. Guardare e cercare di capire, veramente, cosa si ha di fronte è difficile (anche se viviamo nella perenne illusione che non lo sia), ma guardare cercando di capire e al contempo creare immagini di quel che si è capito è ancora più difficile. Le fotografie hanno sempre una natura ambigua essendo al contempo tracce luminose del reale e oggetti che acquistano il loro significato solo nel momento in cui vengono visti attraverso la cultura di chi le fa e di chi, dopo, le guarda.

Consumiamo immagini che ripetono all’infinito antichi stereotipi perché meno le immagini sono problematiche più facilmente ci illudono di capire il mondo attraverso di esse. Ammirando e premiando queste immagini sempre simili a sé stese alimentiamo un eterno paradosso: non usiamo le immagini per svelare, le usiamo per nascondere e mistificare. Eppure sarebbe ora di rifiutarsi di ammirare immagini in cui la miseria è ancora quella che raccontava Dickens dopo che son passati due secoli, Marx, il capitalismo e la globalizzazione; dovremmo vergognarci di fronte all’esibizione di bellezze esotiche, ricordando che l’idea stessa di esotico la abbiamo perché da colonialisti quelle bellezze le abbiamo stuprate; dovremmo trovare ridicole le immagini di guerra in cui la guerra è ancora l’Iliade quando abbiamo le bombe e le bombe le tirano i droni.

Coralie ha avuto, fotograficamente parlando, ma non solo, una opportunità che molto raramente si presenta a coloro che con le immagini raccontano professionalmente mondi che non sono i loro. Diversamente da chi con un incarico, o con la speranza di trovarlo, si reca in veloci e superficiali esplorazioni di luoghi non familiari, Coralie in questi luoghi ci ha passato davvero tanto tempo e quel tempo lo ha passato ponendosi tante domande e facendo anche tantissime fotografie, molte di più di quelle che qui vediamo. Fortunatamente per noi Coralie era li con la mente libera dal dover conseguire discutibili successi fotografici. Le immagini gentili di Coralie non ci consolano in falsi stupori, non ci inducono allo scandalo, non reclamano pietà per chi vive in condizioni diverse, neanche ci fanno indignare. Al contrario di quel che ancora si vede in molto foto giornalismo le sue immagini non nascondono una povera e superficiale analisi della realtà dietro una apparente vicinanza e sfruttando l’umana empatia che questa crea. L’apparente distanza che le sue immagini impongono è una distanza che non fa disperdere lo sguardo, é, anzi, una distanza che costringe a una proficua osservazione del dettaglio.