Long ago when I started to think about photography I noticed that almost every image would fit in two main categories: pictures aiming to (re)produce a glance and pictures aiming to (re)produce a scene. I instinctively chose the latter. That choice, pursued with absolute dedication, implied the need to find a personal way to manage the transparency that mostly afflicts images of that kind.

History of photography has seen two main ways of dealing with the transparency of the medium: at an early stage we saw an attempt to overcome transparency since it was felt as something that would diminish the value of the image. Later on we saw a slow and often contradictory way to escape from pictorial photography. The first attempt focused the viewer attention to the photographers skills and to the surface (intended literally as the print surface), the second over trusted the (supposed) nature of the medium. Its fortuity, seen as neutrality, and the virtues of the automated process (seen as non subjective) brought the attention toward the subject. A technically “objective” vision was opposed to a “subjective” vision.

The various ideas about the nature of photography seem mostly trapped between those who are unable to see the pictures and only see the object pictured (totally transparent) and those who only see the picture (totally opaque). We shall anyway observe that a photograph can be only more or less transparent or show different kinds of transparency, but cannot be totally opaque or totally transparent. The degree and kind of transparency is a choice; a choice based on what is perceived as being transparent in a certain time and culture. It is also a choice that has a great importance to understand or determine the various meanings that the photographic images can bring.

The opposition between “technically objective” and “subjective” is only apparent to me: they both bring the process and the author in evidence and leave the images behind. For this reason I tried to limit the visibility of the process; I tried to avoid that certain feeling of “photographic” that differently characterize most images. I wanted my images to appear very transparent without the mechanical image presentation that is commonly associated with this degree of transparency: I felt it to be too far away and extraneous. At the same time I did not want to indulge in any photo-spectacular or pictorial effect: I believe that the Viewer shall retain His vision and shall not be forced to accept mine. I tried to make pictures that the eye would easily accept as natural.

 

Una lotta, o così sembrava.

Molto tempo fa quando cominciai a pensare alla fotografia notai che quasi ogni immagine apparteneva a due categorie principali: fotografie che provavano a (ri)produrre uno sguardo e fotografie che provavano a (ri)produrre una scena. Istintivamente scelsi la seconda opzione. Quelle scelta, onorata con assoluta dedizione, implicava l’esigenza di trovare un modo personale di gestire la trasparenza che caratterizza di quel tipo di immagini in maggior misura di altre.

La storia della fotografia ha visto due principali modalità di affrontare la trasparenza del mezzo fotografico. Inizialmente ha visto un tentativo di sconfiggerla: allora la trasparenza era vissuta come qualcosa che avrebbe sottratto valore alle immagini. Successivamente c’è stato un lento e spesso contraddittorio tentativo di superare la fotografia pittorica. Il primo tentativo spinse l’attenzione dell’osservatore verso l’ammirazione dell’abilità del fotografo e verso la superficie dell’immagine (superficie da intendersi letteralmente: il foglio stampato); il secondo ebbe troppa fiducia nella (supposta) natura del mezzo, la sua casualità fu vista come neutralità e il procedimento automatico, considerato oggettivo e visto come una virtù, portarono l’attenzione verso il soggetto. Una visione “tecnicamente oggettiva” venne contrapposta ad una visione “soggettiva”.

Le varie idee sulla natura della fotografia sembrano essere intrappolate tra quelli che sono incapaci di vedere l’immagine e vedono solo l’oggetto fotografato (fotografia totalmente trasparente) e quelli che vedono solo l’immagine (fotografia totalmente opaca), eppure una fotografia può essere solo più meno meno trasparente, può avere vari tipi di trasparenza, ma non può mai essere totalmente trasparente o totalmente opaca. Il tipo ed il grado di trasparenza sono scelte; scelte basate su cosa venga percepito come trasparente in un certo tempo ed in certa cultura. Sono scelte che hanno grande importanza per comprendere o determinare I significati che portano le immagini fotografiche.

L’opposizione di una visione “tecnicamente oggettiva” ad una “visione personale” è però solo apparente: entrambi evidenziano il procedimento e l’autore e lasciano l’immagine in secondo piano. Per questo ho cercato nelle mie immagini di rendere invisibile il procedimento, volevo evitare quel certo sapore di “fotografico” che in maniera diversa caratterizza la maggior parte delle immagini. Volevo che le mie immagini apparissero molto trasparenti senza che fossero cliniche o meccaniche, sentivo che quel modo di fare immagini era lontano ed alieno. Al contempo non volevo indulgere in immagini spettacolari o pittoriche perché ritengo che l’Osservatore debba poter mantenere la Sua visione e non subire la mia. Ho cercato di fare immagini che l’occhio avrebbe facilmente accettato come naturali.

 

Andrea Calabresi, 31 dicembre 2013