Eris Sandri (Sarrasani), uno dei frequntatori del forum www.analogica.it, ha chiesto opinioni riguardo un suo scatto in cui egli trovava elementi di disturbo nella “composizione”. La discussione la trovate qui .

L’immagine grezza, cioè prima di essere lavorata, è interessante e apparentemente caotica: un sottobosco piuttosto intricato con un rigagnolo che lo attraversa. Un particolare, un tronco caduto, attraversa la diagonale dell’immagine; esso è molto vistoso e cattura su di sé l’attenzione finendo per creare un livello sul primo piano composto da due fasce più o meno verticali unite da questa diagonale. Il resto dell’immagine finisce per essere secondario e disordinato.

Quel che mi propongo di fare con gli interventi è di bilanciare le varie tonalità al fine di ridurre il peso dei tronchi in primo piano e al contempo di creare una forte direzione che segua il rigagnolo verso la sua fuga. In altri termini, mettere in competizione visiva la fuga (il fondo del riganolo all’orizzonte) con la quinta (alberi in primo piano e tronco), riducendo il peso di questi ultimi ed esaltando l’attrazione percettiva verso la fuga.

 

Questa è l’immagine prima dell’intervento, con solo luminosità e contrasto regolati:

 

EPSON scanner image

 

 Questa è l’immagine dopo gli interventi interpretativi:

 

EPSON scanner image

NB. Gli interventi sono realizzati in digitale, ma simulando cosa si potrebbe fare in camera oscura. Sono solo variazioni di luminosità e contrasto (curve) effettuati su una serie successiva di selezioni locali alquanto sfumate.

Mi è anche venuto in mente che questa fotografia poteva essere un ottimo esempio di come si può intervenire in fase di stampa di una immagine per modificare la composizione, senza modificare altro che luminosià e contrasto a livello locale.

Visto che mi sono di recente capitati sott’occhio detestabili articoli tipici di un certo modo d’intendere la composizione che è manifesta e totale incomprensione del fenomeno, unisco l’utile al dilettevole, cioè dimostro praticamente come certe teorie sulla composizione siano errate e prive di fondamento.

Un tipico articlo non-sense sulla composizione lo trovate a questo link .

Non so se avete avuto la pazienza di leggerlo, oltre ad essere noioso è autocelebrativo… ci vuole stomaco, comunque sintetizzando l’autore commette vari gravi errori:

 

Sottovaluta l’atto più importante del comporre fotografico, ovvero l’escludere una parte del visibile per includerne un altra, quando la composizione, in essenza, è proprio questa esclusione-inclusione. Nel taglio fotografico si creano due spazi interdipendenti, l’escluso e l’incluso. L’escluso è lo spazio per la mente che è uno spazio di libertà “condizionata”. Condizionata perché l’osservatore, seppur libero di immaginare ciò che vuole all’esterno dell’immagine (l’incluso), tenderà ad immaginare qualcosa che con l’immagine è in relazione. Questo taglio è un’azione molto potente, chiude, ma al contempo apre: apre uno spazio infinito e connotato (condizionato), fa assumere cioè al non visibile la connotazione di quel piccolo particolare (è sempre piccolo ciò che s’inquadra, per quanto sia vasto) che è l’incluso, creando quindi una sorta di moltopicazione infinita di esso.

 

Ricava linee immaginarie nell’immagine e lo fa mischiando due modi di scegliere le linee. Alcune sono immaginarie, ovvero sono tracciate scegliendo (a proprio comodo) semplici congiungenti parti dell’immagine altre invece esisterebbero a priori, diagonali, bisetrrici, etc e vengono date per esistenti e rilevatnti (indipendentemente dall’immagine) perché connaturate al formato. Secondo l’autore questo groviglio di linee (a priori ed inventate) dovrebbe essere una sorta di matrice pre-esistente in cui il bravo fotografo si muove per produrre immagini riuscite… la sua prigione.

 

Dimentica la tonalità, ed è tutto dire, visto che una immagine in bianco e nero è solo una variazione di toni! Col variare dei toni si stabiliscono direzioni, punti di atrrazione, si decide cosa sia da guardare, cosa sia da ignorare, si stabilisce perfino la quarta dimensione: il tempo! Infatti una attenta gestione delle variazioni tonali fa movere lo sguardo dell’osservatore sull’immagine ed il bravo stampatore, con interventi locali su densità e contrasto crea un percorso visivo.

 

Si spinge perfino a stabilire relazioni numeriche, precise proporzioni che le varie parti di una immagine dovrebbero avere per risultare piacevoli allo sguardo. Questo dare i numeri, tipico di molta sub-cultura fotografica (regola dei ”terzi”, sezione aurea, quinte, etc) è la summa degli errori precedenti; è una idea viziata nel suo fondamento in quanto si fonda sull’ignorare che la variazione della tonalità conferisce differenti “pesi” alle varie parti dell’immagine… e che se i pesi sono differenti non esistono proporzioni fisse atte a bilanciarli!

 

La cosa più grave per concludere: tutte quelle considerazioni prescindono dal contenuto dell’immagine. Vale a dire che l’immagine è sostituibile e le considerazioni sarebbero le stesse, o che identiche considerazioni si possono fare su qualsiasi immagine.

 

Credo che basti un po’ di lavoro su una immagine come quella di Eris per dimostrare quanto tutto questo sia campato in aria.

 

Viva la libertà!

 

E mille grazie ad Eris Sandri per avermi concesso l’uso della sua immagine.