Forse Ugo Mulas nella sua prima e nella sua ultima “Verifica” ha dato forma al suo fallimento rappresentando il funerale delle possibilità di rappresentazione del mezzo fotografico, o forse Mulas voleva dire che il mezzo fotografico ha solo la possibilità di rappresentare sé stesso.
Comunque sia che tramite la fotografia non si potessero creare rappresentazioni era (ed è) un’idea da molto tempo nell’aria. Di questa idea ci sono varie testimonianze, dagli object trouvé surrealisti, che sarebbero per definizione “non-rappresentazioni”, agli onnipresenti e sempre citati deliri barthesiani.

Io credo invece che Mulas abbia avuto il merito di aver evidenziato un paradosso rappresentando in fotografia l’impossibilità del mezzo fotografico di rappresentare.

prima verifica

fine delle verifiche

Purtroppo si è dimostrato un paradosso troppo spesso invisibile o, per dirla altrimenti, si è seppellita anzitempo una possibilità ancora viva. E in effetti coi tanti autori (troppi) che affidano al “fotografato” (che sarebbe in quest’ottica, o in ottica barthesiana, una “non-rappresentazione”) le loro istanze comunicative ed altrettanti troppi che (ri)cadono in pittorialismi di varia fattura, magari d’apparenza assai moderna, potrebbe davvero sembrare che la morte della fotografia quale strumento per la produzione di rappresentazioni o l’intrinseca impossibilità di produrle se non attraverso strategemmi, sia reale e che il Mulas di quelle due significative (inizio e fine) “Verifiche” l’abbia solo raccontata.
Da queste considerazioni emerge che, nel momento in cui si neghi la possibilità al mezzo fotografico di produrre rappresentazioni, rimangono solo due opzioni per dare significato alle immagini fotografiche: il significato è demandato al “fotografato” (Barthes); il significato è demandato al trattamento particolare della superficie dell’immagine (pittorialismi vecchi e nuovi).
Ignorare il problema sembrò una possibile terza via, ma si è dimostrata altrettanto fallimentare. Demandare il significato allo “speciale” agire del fotografo (Klein, Bresson, etc.) ovvero il tentativo di fare una “fotografia automatica” in analogia alla “scrittura automatica” bretoniana non ha funzionato: Klein o Bresson finiscono solo per creare uno stile con cui li si identifichi e il povero Stieglitz fallisce l’intento dei suoi “Equivalents” ricadendo altresì e per altre vie nei cliches estetici che si era voluto lasciare alle spalle.

equivalent

Ancora oggi quella che potremmo chiamare fotografia mainstream si contorce tra queste tre esauste opzioni (oggetto, superficie, specialità dell’azione) o, nella migliore delle ipotesi, a combinazioni di esse.

Mi piace leggere questa situazione come generata dalla incapacitá di affrontare la “trasparenza” del mezzo fotografico, come se il suo essere trasparente fosse ciò che gli impedisse di essere usato per creare rappresentazioni, cioè avere un significato che possa trascendere l’oggetto fotografato. Nulla sembrerebbe giustificare questa posizione: la fotografia non può essere usata nelle funzioni dell’ogetto fotografato, è comunque e sempre un altra cosa: non parliamo ad un ritratto, non guidiamo la fotografia di un automobile, non possiamo ballare in una balera di Perrone. In pittura la mimesi tanto a lungo cercata altro non era che la trasparenza che la fotografia ha trovato. Eppure per Barthes la fotografia più che trasparente è invisibile, non riesce neanche a definirla nel suo improbabile racchiuderla nelle due parole: “è stato”. I pittorialisti, che della fotografia videro la trasparenza, la rifiutarono presentandoci una opacizzazione della superficie in cui infine troviamo soprattutto la loro vanità: erano convintissimi che la trasparenza avrebbe ucciso ogni possibilità di rappresentare e finito per rendere loro stessi invisibili.

Non sono quindi in molti ad esplorare consapevolmente il terreno della fotografia come stumento per creare rappresentazioni, ovvero oggetti da guardare che traggano il loro significato trascendente (cioè eventualmente per nulla visivamente legato al “fotografato”) dalla collaborazione tra oggetto fotografato e percezione della fotografia come oggetto in sé. Perrone è tra questi pochi.

Gian Luca poi ama le sfide difficili ed anche con questo progetto si dimostra il fine equilibrista che ci ha mostrato saper essere col suo precedente lavoro “Visioni Stenopeiche”. Con “Visioni Stenopeiche” riuscì ad affascinarci e a portarci in un mondo sospeso di immagini ancora “da significare” (senza significati tradizionalmente predeterminati) ed è riuscito a farlo esplorando il confine del “pittorico” senza mai una sola volta varcarlo, ovvero senza mai approfittare di un banale effetto di superficie, senza mai rinunciare alla trasparenza.

stenopeiche


Con questo secondo, diversissimo, grande progetto Gian Luca si immerge ancora più compiutamente nella trasparenza con una tecnica di spaventoso rigore ed estremamente fedele alla percezione retinica, eppure senza demandare al solo “fotografato” (i soggetti) il significato del suo lavoro.
I soggetti di “Balere” sono importanti. Sono elementi ancora attuali, ma che forse presto saranno passato recente; cattedrali di una cultura popolare ancora viva, ma forse già sorpassata e le fotografie di Gian Luca sicuramente lo raccontano. Eppure ci risulta impossibile limitarci a guardare unicamente il loro aspetto documentario o confondere questo lavoro con la visione archivistica e clinica di tanti celebri contemporanei. Di fronte alle sue Balere siamo inevitabilemnte catturati da uno stupore meravigliato in cui il soggetto al contempo si esalta e si annulla.
Cosa ci sia nel nostro personale stupore meravigliato starà ad ognuno di noi trovarlo. L’autore è “solo” generoso, condivide con noi una possibilità d’immaginare, l’opportunità non quotidiana di trascendere l’apparenza abbandonandosi alla volutta dei sensi.

balere

Infine un plauso anche al coraggio, perché decidendo di fare Balere così come lo ha fatto Gian Luca Perrone ha rifiutato nettamente ogni facile tentazione di continuità stilistica coi lavori precedenti e quindi ad essere riconosciuto come autore attraverso di essa. Egli rivendica la sua libertà dagli angusti confini dello stile e rilancia, costringendoci ad osservare il suo operare più in profondità alla ricerca di ciò che ne palesi l’autorialità. È un drammatico salto di livello quando, ben oltre lo stile e l’estetica, troviamo il suo essere autore nella sua rischiosa esplorazione dei confini delle possibilità della Fotografia intesa come strumento per la creazione di rappresentazioni.