Vi ho fatto aspettare divagando un po’, ma ora vi presento la sesta puntata del racconto a puntate di pietro Peresutti:

Su queste parole comincia a prendere forma una vaga intuizione che assume contorni mistici: ma vuoi vedere che in tutte le madonne che ho tirato Dio non centrava poi molto e che invece la colpa forse era da attribuire ad un’altra entità?!? Sarà mai che sono andato a rovinare tonnellate di carta quando bastava poco poco per cavare fuori quello che volevo? I miei pensieri si confondono con la voce di Andrea, “attenzione però che neppure questo può fare miracoli perché se il negativo è sul limite del trasparente, se le sue ombre per motivi di sottoesposizione si son perse, la modulazione ve la scordate, l’immagine per quanti salti mortali possiate fare, rimarrà comunque impastata”. Ecco fatto, risolto ogni dubbio: pareva a me bastasse così poco: non è solo la carta quella che ho rovinato, ma pure la pellicola.
Illuminati da questa nuova esperienza ci avviamo curiosi in camera oscura: finalmente possiamo entrare nella carne viva della stampa, la verifica sul quanto si possa realmente migliorare le nostre stampe a parità di negativo. Parlo con Paolo e riesco a convincerlo a lavorare insieme su di un solo ingranditore. La scusa ufficiale è che così, in due, possiamo capire meglio il da farsi, aiutandoci l’un l’altro. La versione reale ha a che fare con un lato del mio carattere formatosi in mezzo alle valli e che della natura ursina ha perso la ruvidezza, conservando però l’imbarazzo della prestazione in pubblico (da non intendersi in senso pornografico): insomma ci metto un po’ ad abituarmi ad essere osservato e guidato quando faccio qualcosa; mi intimidisco e finisco per fare più cappelle delle tante che già riesco a mettere in piedi pure senza esser accompagnato. Son per natura lento e macchinoso alla partenza. Ecco, mi si potrebbe paragonare ad un diesel, ai diesel d’una volta, che, appena accesi, sputazzavano e saltellavano proseguendo a ‘sto modo fino a farti venire il mal di macchina e solo dopo qualche ora riuscivano a dare soddisfazione. Io son così. ho bisogno di tempo per prender le misure, altrimenti mi sudan le mani, mi volto a destra e a sinistra senza costrutto, incespico ovunque (nelle cose, nelle parole e nei concetti), ribalto roba ed ho la grazia d’una scimmia con le emorroidi (non che ne abbia mai vista una, ma credo esser questa immagine alquanto rappresentativa). Quando però parto allora parto davvero! E giù a far cazzate con rapida ingenuità e stile assolutamente inimitabile.

Paolo acconsente a prender posto sul patibolo e sfogliando fra la sfilza di negativi che s’era portato da Varese, localizza quello corrispondente ad una delle foto viste prima nella tavernetta: una bella prospettiva del colonnato interno al pantheon di Roma. “Dai! Avete scelto?!, e allora partiamo! Occhei vediamo cosa ci serva qui, eee, innanzituttooo, ho portato i miei cartoncini per le bruciature e per le mascherature. Ora usate questi, per la prossima volta vi do le specifiche e ve le procurate da un corniciaio” – nel dirlo cava fuori una serie di fogli in cartone pressato, bianchi da un lato e neri dall’altro, alcuni interi, altri con buchi nel mezzo di varia foggia e dimensione. Quindi, da una altro angolo buio, saltano fuori degli strani cerchietti (con tutta probabilità materiale di risulta ricavato dal buco scavato nei cartoni di cui sopra) ballonzolanti da un capo di un fil di ferro lungo una trentina di centimetri – “poiiiiii….servirebbe un metronomo o qualcosa che scandisca i secondi….” Con malcelato orgoglio, nato dall’avere finalmente in camera oscura una cosa utile, indico il metronomo fregato qualche anno addietro al mio povero zio, oggetto che il mio parente, fino al giorno della sua dipartita in un crescendo di stupore, non aveva mai smesso di cercare, bofonchiando e masticando strane frasi ed improperi all’indirizzo di una memoria tanto mal messa da non permettergli più nemmeno di ricordare dove poteva aver cacciato una cosa che normalmente non spostava da sopra il pianoforte. Per tutta prova lo accendo e lui risponde con il suo monotono stok-stak-stok-stak….. “bene, anche funziona, ma ora spegnilo che dà fastidio”…..finito il mio momento di gloria…. “eeeee, quindiiii, il focometro…. Vedo che qui hai quello della patterson…” – sgrullo con veemenza il capo a sottolineare le sue parole – “seeee, è un oggetto anche onesto, solo che ha una pecca: avendo il corpo fisso ti permette di verificare la messa a fuoco solo al centro dell’immagine, mentre i bordi non li puoi controllare e così non sai se il piano pellicola è perfettamente parallelo al piano carta” – e tu guarda se potevo avere qualcosa di funzionale… “meglio sarebbe utilizzare questo” – dalla quella sorta di valigia di Mary Poppins in forma di cartone che il Nostro s’era portato da casa, vedo saltar fuori uno strano coso nero, d’aspetto stagno, più vicino come concetto ad un microscopio che al povero trappolino in plastica che da sempre accompagnava le mie focheggiature. Sempre interessato ad eventuali novità capaci di farmi spendere i miei risparmi, guardo Paolo, vedo nel suo sguardo riflessa la mia stessa luce predatoria e lo sento fare la stessa domanda che mi stava solleticando le meningi: “noooo, non mi puoi far vedere queste cose, Andrea, adesso mi tocca comprarlo, ma che cosa è che costa?” – “eh… nuovo a suo tempo lo pagavi intorno ai 400 euro” “‘ca putt…ah, beh, allora…….”. Silenzio; da capo nella stanza si sente solo il ronzare del trasformatore. L’argomento focometro viene così accantonato, salvo esser poi resuscitato nelle nostre teste nei momenti di solitudine con la fatidica domanda “…ma chissà se su e-bay?!!…”. “Occheiiii, abbiamo qui questo marginatore dalle lame tutte storte che, va beh, utilizzeremo lo stesso” – guardo Andrea con un filo di rimprovero: machetipareva! Insomma, non c’è proprio nulla che funzioni qui dentro!? Io poi alle mie trappole mi ci affeziono; insomma, c’è tutta una storia dietro: ti convinci che una porcata col botto ti è assolutamente indispensabile, bazzichi su e-bay per mesi alla ricerca d’un improbabile colpo di culo, trovi quello che stavi cercando sul sito americano, aspetti le quattro di mattina per fare la puntata all’ultimo secondo, attendi i 2 mesi canonici per le spedizioni d’oltre oceano, paghi le tasse doganali che si mangiano il doppio di quello che, faticando, eri riuscito a risparmiare sull’acquisto, ed ecco fatto, arriva uno che a cuor leggero ti dice: “ma non vedi che rottame è ‘sto coso?!?”. Va là che adesso magari dovrò comperarne anche uno nuovo. Neppure il tempo di pensarlo che “ma guardaaa, c’è la Saunders che ne ha a quatto lame veramente ganzi. Con questi non devi neppure stare a sbatterti tanto per posizionare la carta…” …e via a segnare sul taccuino: “acquistare aggeggio per tener pigiata la carta”….mia nonna quando ancora riusciva a riconoscermi me lo diceva sempre: “tu finirai in malora! Io ho risparmiato per una vita e tu butti via i soldi con una facilità che sembra ti brucino in tasca….sei come la nonna del mio povero marito: in malora anche lei stava finendo!” e giù a raccontarmi storione di fallimenti ed ipoteche alle quali lei – una volta sposatasi mio nonno, con assoluta tenacia ed una forza che a vederla così gracile e canuta non le si attribuirebbe – aveva posto rimedio passando attraverso periodi di ristrettezze ed angosce da togliere sonno e sentimento a chiunque… ed eccomi qua, a dar senso a tutti questi sforzi e patimenti: ultimo anello disgraziato d’una solida catena di affetti: persone che avevano visto nella propria famiglia, nei figli ed i nipoti, l’ultimo e più alto fine delle loro esistenze….se solo avessero saputo come sarebbe andata a finire…