London Natural History Museum. 1995Ecco la seconda puntata del racconto di Pietro Peresutti.

Ci si avvia ad accoglierlo: cortile, 2 rampe di scale, 10 stanze, 3 corridoi, 1 atrio, piazzale con parcheggio:la macchina si ferma, scende un tizio e sospettoso si guarda intorno; il tempo è incerto: quella leggera, umida caligine marzolina (anche se siamo a maggio); lo colpisce una bordata di pioggia e il suo umore si incupisce ulteriormente “ma dove sono capitato?!”. Gli andiamo incontro, ci guarda e ci studia come se non fosse convito sul da farsi “ma questi disperati sono proprio loro o sono due che mi vogliono rapinare?” Abbozza un sorriso che sembra ad un punto di domanda, ricambiamo e a quel punto scoppia in una risata che lo illumina tutto “Uè ragazzi!!!! Che giornata, che giornata. Eppure glielo avevo detto che oggi dovevo partire per i cazzi miei, ma niente, fermo lì a lavorare fino all’ultimo riparando ai casini degli altri! Che viaggio… Ma anche tu, dove minchia abiti?!? Che bello, non mi sembra vero, tre giorni di pace e tranquillità, solo per me, fuori da tutto e senza impe…” sulla “gni” parte il cellulare “…si…no…nonono, nei prossimi giorni non ci sono….no proprio non posso ritornare al lavoro adesso…ma come «cerca di muoverti»… sono a 400 km da…ma come «guarda che qua va tutto a puttane»……”. Nei giorni che seguiranno, sia io che Andrea avremo modo di apprezzare il grado di simbiosi che questo strano individuo, metà uomo e metà cellulare, era riuscito a raggiungere con la sua vita lavorativa: un connubio ben distribuito tra nevrosi da “stress della vita moderna” ed un’incrollabile, contagioso buonumore che gli permetteva di godere della compagnia, delle sue passioni e, addirittura, del suo stesso lavoro.
Ed in un attimo eccoci li, pagine di un forum trasformate in tre persone capaci di comunicare fra di loro senza necessariamente far capo al sistema zonale e di riferirsi al mondo esterno senza dividerlo in frazioni di stop. Decisamente una bella compagnia, di quelle che incontri raramente; non conoscersi quasi e in un niente trovarsi a condividere un atmosfera che si fa subito piacevole.
Con buona agilità sminchiamo un paio di bottiglie e i discorsi prendono quota; Andrea, inizialmente provato dal viaggio, col far della notte comincia a svegliarsi, gli occhi gli si accendono d’una luce furbina ed alle due è decisamente ringalluzzito. Io e Paolo, diversamente, cominciamo a sentire l’impatto della giornata e come se ci avessero tolto un tappo, iniziamo ad afflosciarci sulle sedie.
Abbozzo con la voce impastata dal sonno e dall’alcol un timido “ma gnon e che sci poscia n’dare a dormire? Guardo Paolo che scrolla vigorosamente il capo in quello che vorrebbe essere un gesto affermativo. Il Maestro sconsolato da una così scarsa resistenza dei due baldi neoallievi, ci osserva con gli angoli delle labbra decisamente piegati verso il basso; si prova a resuscitarci con un paio di parole magiche: “Tempo di Comparsa!!”, “Sensibilità Effettiva!”… ma noi continuiamo a scivolare e quando il nostro naso raggiunge il bordo del tavolo s’arrende all’evidenza: “va beh, a nanna eh?! Occhei, quindi, domani alle nove tutti operativi in camera oscura!”.
Ed infatti il giorno seguente ci svegliamo alla spicciolata, mi guardo allo specchio e riscopro una faccia ancora più “intelligente” del solito. Incrocio sulla via del cesso Andrea che a sua volta presenta i segni del torpore mattutino: la forzata distanza dall’ultimo caffè della sera precedente – il ventitreesimo – gli impediva di aprire completamente gli occhi alla luce arrendendosi al fatale inizio d’un’altra giornata. “Oh, buonjorno” borbotta laconico con quel suo strano accento in cui le inflessioni toscane si mescolano ad una solida base di dialetto romanesco che né la distanza da casa né gli anni di insegnamento in lingua inglese erano riusciti ad eliminare. “Viva! Come va? Passato bene la notte?” “Bene, bene. Grazie. Ora però c’ho bisogno d’un caffé”. Vado a bussare alla camera di Paolo nell’idea di richiamarlo fra i vivi tentandolo con la falsa idea d’una lauta colazione…non arriva risposta. Riprovo ed alle mie spalle esplode un fresco “Ciao ragazzo! Svegliato sì? Beh allora si comincia. Daidai che son proprio curioso! Chissà che riusciamo a fare quest’oggi. Sì perché proprio voglio vedere cosa mi manca e dove ho sempre sbagliato in tutti questi anni di camera oscura, perché le mie stampe fanno sempre ca-ga-re e perchè….” Da dove cavi fuori tutta quella energia in una parte della giornata in cui io riesco si e no a calarmi la brachetta per fare i bisogni, m’appare un mistero. Cocaina?!? “nono, io non dormo molto la mattina, non ci riesco, è questione d’abitudine, son sveglio già da un po”, mentre parla va trappolando con il notebook ed invia un paio di messaggi col cellulare.
Lasciati finalmente alle spalle i fumi del sonno l’avventura comincia: il sole si alza e noi ci infiliamo nel buio. “Sisi, bene, cominciamo: c’habbiamo qui? Questo eeeè sì, Neutol NE. Occhei, allora prepara una diluizione di 1+9 e di 1+15, ci serviremo di sviluppi più o meno energici a seconda del fattore che utilizzeremo per il tempo di comparsa. Questo ci permetterà anche di capire quanto simili siano i risultati anche con diluizioni diverse purchè si cominci a ragionare in termini di comparsa dell’immagine e non di tempo assoluto; porta quattro bacinelle….”. Sparisco e ritorno con delle vasche per il 24x 30 “…di formato 30×40…” Mi eclisso tornando un attimo dopo baldanzoso e saltellante con dei recipienti ancora più piccoli di quelli di prima “…………”. Glielo si legge negli occhi, velata da un sorriso compare l’espressione dell’oioi se sarà dura! “30×40!!” Bofonchio a titolo di scusa qualcosa a riguardo del non aver capito, svista e disattenzione; scompaio per ricomparire un po’ più mesto di prima “oooh adesso si! Vai che ci siamo. Prepara i chimici”. Rincuorato procedo a far disastri col mio solito stile spensierato. Bacinelle piene e tensione palpabile, ci viene descritto il compito della mattinata: apprendere il metodo per arrivare a conoscere i materiali con cui andremo ad operare, ovvero, caratteristiche della carta e suo comportamento al variare del fattore di sviluppo. Il primo passo: calcolo del minimo nero e localizzazione del minimo fattoriale per il raggiungimento d’un nero uniforme.

Seguono le indicazioni pratiche, precise e chiare: si inizia

…ecco…il Maestro è uscito, son qui con Paolo, il compito è stato assegnato, spiegato in termini intelligibili, quindi procediamo: che faccio… prendo la carta e la metto sotto l’ingranditore…poi la tiro via, quindi la espongo….no!.. prima espongo poi tirovia, poi faccio il provino a scalare sulla metà d’un quinto del foglio che infine taglio in tre quarti che con un giro di valzer sviluppo per 6xT.D.C. e quindi…..PANICOOO!!! Paolooo non capisco più un cazzo; credimi, fino a ieri fui capace…mi sono imparato…sapevo anche fare…. aiutami ti pregoooo! Mi guarda per un attimo, interrogativo, poi capisce che non sto scherzando e scoppia a ridere.“Allora, susu! Uè, tu chiedi aiuto a me? Ma se sei a casa tua; sei tu che mi devi spiegare come funziona questa carriola” e punta il dito verso il mio ingranditore. Mi sento rincuorato dalla sua tranquilla sicurezza ed abbozzo un sorriso. Con fare rilassato ed esperto si aggira nella penombra: “Vediamo un po’ che dobbiamo fare…”, tentonando afferra un pacco di carta, fa una piroetta, muove con passo sicuro verso l’ingranditore e si fracassa la rotula destra contro uno spigolo. Mantenendo un’aplomb degno d’un Lord, chiama a testimone del suo fato uno strano pantheon dove fra le diverse figure spiccano S. Giuseppe dei mutilati, Lazzaro risorto e la Madonnina incoronata. Capisco d’essere in buona compagnia: parla la mia stessa lingua, finalmente qualcuno con cui comunicare! Tanto più che siamo nel luogo giusto. Quattro anni fa, infatti, il parroco del mio paesino, complice una serie di lavori nella chiesetta parrocchiale, aveva chiesto a mia nonna di poter trasferire l’esercizio del culto momentaneamente – “due o tre mesi al massimo” aveva detto – in una delle stanze della casa: quella accanto alla camera oscura. E così, da un momento all’altro, il mio personale colloquio con l’Altissimo durante le sedute di stampa s’è trovato a godere d’una corsia preferenziale. Il tempo di riprendere fiato dalla strana cantilena in cui Paolo si era esibito e la voce d’Andrea attraversa la porta: “Fattooo!?!” Borbottando frasi sconnesse abbozziamo una serie di scuse puerili “va benee, ancora un attimo allora”. Raccolte le idee e ripreso un minimo di contegno, riusciamo a raccapezzarci: il lavoro procede. Nell’arco di qualche minuto stringiamo soddisfatti fra le dita un foglietto di carta zuppo e all’apparenza tutto nero…. “bene, eee vediamo che abbiamo qui”. Prende con aria interrogativa il prodotto del nostro parto ed incomincia ad aggirarsi come una falena intorno alla lampada che pende dal soffitto nel disperato tentativo di far cadere sulla carta la giusta quantità di luce dalla giusta angolazione “…. ma guarda se si può avere una camera oscura zeppa di roba e non avere una cavolo di farettino da ikea….” Noi intanto lo seguiamo nel suo girotondo torcendo la testa per cogliere il grado di riflesso cercato: l’immagine complessiva è quella di due indiani che seguono lo stregone in un ballo propiziatorio intorno al fuoco. Alla fine Andrea si ferma, punta un dito sulla carta ed esclama: “ecco!”. Ci si avvicina, ci mettiamo nella sua posizione e finalmente riusciamo a capire quanto Andrea aveva più volte ripetuto sul forum di Analogica: “se osservate con una lampada moscietta ed in luce radente le stampe, anche se sono bagnate mostrano a grandi linee quale sarà il risultato finale”. Si aggiusta ancora un po’…“Ora, l’ultimo nero non distinguibile da quello che gli sta accanto è questo, Giusto?!?” Il Maestro è immobile, in posa ieratica sotto la lampada che proietta la sua luce obliqua, con il dito puntato ad indicare sulla carta una linea che a noi sembra puramente immaginaria. A guardarlo vengono in mente le iconografie bibliche dove il Messia dall’alto di una nuvoletta, circonfuso di luce, indica al suo popolo la strada per fuggire dall’Egitto. Paolo ed io cominciamo a saltellare per meglio afferrare quello che Andrea ci sta mostrando. Dopo qualche tentativo, riusciamo ad individuare anche noi la separazione ed in quel preciso istante vengo folgorato da due intuizioni:

  1. per la prossima puntata devo trovarmi un faretto adatto.
  2. i vari test fatti da solo sono irrimediabilmente da considerarsi spazzatura.

 

Continua…
A presto!