Il nostro Pietro Peresutti stavolta è ispiratissimo, ecco calda, calda la quarta puntata!

Resta da vedere adesso come si comporterà la carta aumentando il fattore oltre a questo limite base: quindi voi due vi infilate di nuovo in camera oscura ed in fretta mi fate un test per il minimo nero dalla Stouffer, quindi procedete con 5 stampe su fogli 24×30 che dovrete sviluppare per 4, 7, 10, 14, e 20 volte il tempo di comparsa. Via, e questa volta vi voglio veloci!”. Assumiamo l’aria di due persone serie e compunte ascoltando sull’attenti l’intero discorso del general Calabresi. Quindi, dietrofront, ci si richiude nello sgabuzzino fra miasmi acetici e puzzi della più varia specie. Questa volta il clima è diverso: come motivati dal fervorino dell’allenatore, la squadra di paiazi da circo s’è trasformata in una coppia di persone apparentemente efficienti. Come in un balletto sincronizzato ci si muove eleganti nella luce ambrata della lampada di sicurezza: Paolo stampa ed io sviluppo; io bestemmio per lo schizzo di sviluppo che m’è finito in un occhio, Paolo per la luce che ho acceso quando il foglio era ancora sotto l’ingranditore: insomma una coppia di gregari ben affiatata alla ricerca del tempo da record. Ed il risultato arriva. Non diamo neppure modo al Nostro di avvicinarsi alla porta che anticipandolo lo chiamiamo per valutare il risultato del pastrocchio che abbiam messo in piedi. Incredulo si avvicina con una cicca che non ancora finita gli penzola dal labbro e l’aria di chi abbia appena visto un ufo: ma come è possibile che per fare la porcata di prima abbiano impiegato il tempo d’un pacchetto ed ora non son riuscito ad accendere la seconda sigaretta?! Entra nella camera oscura dove, gongolando, gli indichiamo un ritaglio che girella nella vasca del lavaggio. “….Ma questo che è?! Avete finito solo la prova del minimo nero?!” Sembra rincuorato; va ben essere un buon insegnante ma i miracoli ancora non gli erano mai riusciti. “ e che volete allora? Andate avanti no?”. Borbottando riesco a comunicargli, più a gesti che a parole, la volontà di trovar conferma del nostro operato prima di rovinare i fogli seguenti. Decifrato il mio linguaggio per sordomuti, bonariamente il Maestro annuisce; si avvicina alla bacinella e finalmente riesco a capire l’utilità di quel pannellino di plexiglas 30×40 che Andrea s’era portato da casa e che già da un po’ stava a galleggiare nell’acqua senza alcuno scopo apparente. Lo solleva, ci piazza sopra il provino e, con una paletta che ricorda da vicino quella usata dai lavavetri che prestano il loro servigio agli incroci delle strade, terge il foglietto. Nel farlo ci mostra come la trasparenza del supporto aiuti a non farsi ingannare nella lettura della carta ponendoci nella condizione di analizzare al meglio la foto. Con aria saputa il Maestro osserva il prodotto del nostro lavoro; il dito mostra una linea sulla carta e la punta del mento indica la mia persona: “Qual è l’ultima striscia nera con un solo lato distinguibile? Quante linee vedi? Conta un po’!?” ….sembro un bimbo alle prese con un pallottoliere gigante; dopo aver perso il conto una diecina di volte giungo alle mie conclusioni: “diciotto!”- “beneee, quindiiii, quanto ci vuole per produrre questo nero?” …..silenzio…. sembrerebbe persino di sentire il rumore delle mie rotelle ruggini che a strappi cercan di partire, finché, quasi a cavar un cappello dal coniglio (non viceversa: troppo facile), non me ne esco con un giulivo “Ventiquattrosecondi!” “occhei, questo è il tempo da utilizzarsi nella stampa, semplice, no?” Sorrido; la mia espressione soddisfatta pare quella dello stesso bimbo di prima che, annoiato dal pallottoliere ed afferrato il giocattolo delle corrispondenze geometriche, per la prima volta e a prezzo d’una soda serie di martellate sia riuscito ad infilare il solido cilindrico nello spazio quadrato dedicato al cubo.
Ora possiamo proseguire. In capo ad un attimo le stampe nuotano nel lavaggio in attesa che occhi esperti possano catalogarle e possibilmente farci capire qualcosa anche a noi. Sull’onda dell’entusiasmo per un obbiettivo raggiunto ci si alza con un “e ora che facciamo?!?”- “nulla, la mattina è andata, si va a mangiare”.
Per la strada mi fermo a raccattare le fotografie stampate negli anni precedenti. Le raccomandazioni che Andrea ci aveva fatto prima di iniziare il corso, erano state abbastanza generiche: a fronte delle delucidazioni che Paolo aveva chiesto riguardo all’occorrente, il Maestro aveva risposto con una lista minima: “per poter fare qualcosa in camera oscura non serve molto”. L’elenco delle cose essenziali, infatti, aveva il pregio di essere decisamente breve: un ingranditore, tre bacinelle, uno o due pacchi di carta 24×30, sviluppo, stop e fissaggio. Quello su cui invece era stato da subito chiaro, era la necessità di avere con noi delle immagini utili a capire quali erano gli errori in cui si cadeva e dei negativi di varia qualità, così da mettersi alla prova con stampe di immagini diverse fra loro: “non voglio vedere due o tre stampine ben fatte o quattro negativi ganzi, quello che mi interessa è ciò che non vi riesce”; Eccomi quindi con sottobraccio il prodotto di una vita di stampe maldestre e di un educazione alla camera oscura costruita da perfetto autodidatta: una montagna di libri digeriti a metà e assimilati quel tanto che basta da confonderli gli uni con gli altri. Una serie di nozioni capace di portare anche a risultati validi ma che lascia sempre spazio alla solita domanda: ma è mai possibile che non riesca a cavarne fuori qualcosa di meglio?!? Procedo con passo incerto; mi sento uno scolaretto che deve presentare il tema alla maestra e già avverte il bruciore della bacchetta sul palmo delle mani.
Arrivo nella tavernetta, e la trovo cambiata: da sede d’ogni possibile vizio e deboscia sembra essersi rifatta il trucco fino al punto d’apparire una sala mostre: sul tavolo Paolo sta disponendo uno strato di stampe alto diversi centimetri che Andrea sfoglia con nonchalance mentre borbotta osservazioni sparse. Il Maestro indica qua, fa un cerchio là, sottolinea un particolare o scarta senza commento un immagine. Mi avvicino per carpire qualche perla di saggezza e vedo le foto: sono bellissime, altro che “nammerda”, come diverse volte avevo sentito Paolo giudicarle… Mah, sarò io forse che non capisco una cippa, però…. Ed infatti dopo circa 5 minuti passati ad ascoltare le spiegazioni di Andrea, ne ho la conferma ufficiale: non capisco veramente una cippa. Ma non basta: la soluzione al problema inseguito da anni e mai afferrato per il collo, in quel momento era a portata di mano:quella strana sensazione che qualcosa nelle mie stampe non si incastrasse nel modo giusto non era tanto dovuta ad imperizia tecnica, quanto ad una scarsa conoscenza dei meccanismi che guidano l’atto percettivo. Ecco, forse avevo inchiodato la causa che aveva prodotto alternativamente le mie soddisfazioni monche e la sfilza dei fallimenti completi.
Mi stavo accorgendo inoltre, con Andrea che indicava e focalizzava i difetti nella dinamica di una particolare fotografia, che se le nozioni possono essere anche imparate dai libri, comunque poi ci troviamo a dover fare i conti con il passaggio da queste allo stadio della consapevole applicazione: ci vuole qualcuno che ti prenda per un orecchio indicandoti il come e dove muoverti per riuscire a centrare nel modo corretto il versante pratico d’una montagna di parole.
Sarà proprio in questa mia tavernetta, luogo più vicino alla perdita di coscienza che all’acquisizione di conoscenza (…che gioco di parole deprimente…..), che si inizierà una delle parti più importanti di questi nostri incontri: l’allenamento ad un atteggiamento critico, il mettersi nelle condizioni di comprendere quale sia il peso assunto dai toni nella composizione di un immagine e come poi questi riescano ad influenzare lo sguardo dell’osservatore.

La quinta punata arriverà prestissimo. Stay tuned!