Berlino, 2001Quello che segue è un testo scritto nel 2004 insieme a Fabio Severo ( http://www.hippolytebayard.com/ ) a proposito dell’insegnare la fotografia. Allora io e Fabio collaboravamo a vari progetti e tenevamo insieme un corso di fotografia.
Ripropongo quel testo a otto anni di distanza perché è mi pare sempre valido ed a tratti “profetico”…

Alcuni problemi aperti sulla fotografia, la sua storia ed il suo insegnamento.

La fotografia è un campo in cui l’espressività, la qualità e l’intensità dei risultati conseguiti dipendono da molti fattori, che si possono riassumere nelle modalità con cui ci si accosta alla creazione di un’immagine. Tali questioni si pongono ancor più urgentemente nel momento in cui la fotografia la si vuole insegnare.
Ci siamo posti a lungo il problema di capire perché sia cosi difficile far sì che gli studenti imparino a maneggiare l’insieme di possibilità e scelte espressive con cui giungere a realizzare le immagini che vogliono: in breve, l’espressione attraverso la tecnica. Crediamo che una risposta sia possibile, anche se articolata e complessa.
Questo è un primo tentativo di affrontare alcuni problemi ancora aperti sulla fotografia, la sua storia ed il suo insegnamento.

La prima constatazione da fare ci sembra sia che molte persone non vedono nella tecnica uno strumento espressivo. Questo sembra sostanzialmente dovuto al fatto che essa viene considerata il mezzo per giungere a delle immagini “tecnicamente corrette”, un ricettario di formule aride, piuttosto che il presupposto per articolare un linguaggio solido e consapevole. Ed è proprio del senso di questa accezione di “corretto” che drammaticamente non ci si rende conto. Già nel pronunciare questa parola, automaticamente ammettiamo che non possiamo fondarla e determinarla noi, è un concetto che ci viene imposto. Ed è appunto fin da questo primo momento che si rischia di fare la prima abdicazione alla possibilità di creare delle immagini.
A questo punto immagini “tecnicamente corrette” può divenire facilmente sinonimo di immagini “accademiche”, stereotipate: il campo creativo e di esplorazione va a limitarsi alla realizzazione di immagini che abbiano la loro legittimità, il loro senso di esistere nel loro rapporto diretto e debitore verso il già fatto e il già visto.

Ed in parte, almeno, la storia gli da ragione. La Eastman Kodak Company, se non sbagliamo era il 1890, faceva la pubblicità del suo primo apparecchio amatoriale di larga diffusione con lo slogan: “voi premete il bottone, noi facciamo il resto”. Questo fu il presupposto per una ancora più larga diffusione della fotografia e per un successo industriale senza precedenti. Ed in fondo tutta l’evoluzione della fotografia di consumo continua a seguire questa direzione, con l’ultima novità che promette di risolvere le magagne della precedente. E si arriva ai nostri giorni con il successo del digitale, che dovrebbe rendere più facile e rapido ottenere immagini di qualità e mantenere (finalmente!) le promesse fatte allora. E perdonateci se tralasciamo in questa sede l’evidenza del fatto che se c’è stato e continua ad esserci un miglioramento tecnico, tale slogan non era e non sarà mai vero.

E a ben guardare più indietro nella storia fino, forse, al XI sec. con l’invenzione della camera obscura e poi dopo con la camera lucida e le machines à dessiner, ardevamo dal desiderio di inventare il disegno automatico, e si badi bene, il più automatico possibile e magari alla portata di tutti. Rimane tutto da indagare il concetto più recente per cui più automatico dovrebbe anche significare migliore, per cui più è meccanico e meno è soggettivo, più è vero.
E poi, e siamo dietro l’angolo, con il surrealismo e la similitudine tra una certa fotografia e la “scrittura automatica”: la fotografia dovrebbe avere “in sé” la capacita di rivelare il flusso vitale ed espressivo di pensieri ed immagini non mediati dalla Ragione, per la sua possibilità di poter produrre immagini senza pensarci su tanto.
Ma purtroppo questo “in sé” ci ricorda troppo lo slogan della Kodak. E poi, siamo agli anni ’50, cioè oggi, a William Klein ed ai suoi epigoni in attività, che hanno rinunciato a tutto quanto non sia premere il bottone, in nome di una supposta maggior intensità, che ormai è diventata sinonimo di immediatezza.
Una vaga consapevolezza di schemi espressivi acquisiti e storicamente consolidati viene vista come l’unico mezzo per giungere alla “libera espressività”, libera da pensieri e preoccupazioni. Con il nostro piccolo bagaglio di misteriosi valori pratici ed estetici, su cui non ci si pongono piu domande, saremmo finalmente liberi da noiosi calcoli, pronti a cavalcare le nostre idee creative.

E quindi l’esperienza della tecnica finisce per diventare sinonimo di inutile e vezzosa complicatezza, astrusità e freddezza. È un freno a questa “libera” espressività di cui si ha evidentemente tanto bisogno. Ed è vissuta tanto più come ingombrante proprio nel momento dello scatto, dato che questo momento (a cui si vuole ridurre il tutto) è vissuto come esperienza catartica, in cui si troverebbe finalmente(!) nella realtà l’epifania di un’immagine che racchiude e conclude la tensione espressiva e tutto il rapporto col mondo “reale”.
In altre parole, non viene dato spazio alla scelta e alla consapevolezza di ciò che si vuole ottenere, perché considerate nemiche del brivido creativo, di una romantica e religiosa concezione dell’ispirazione come di un fuoco sacro che non si può far altro che assecondare.
Questo atteggiamento porta inevitabilmente a concentrarsi su una serie di effetti di superficie che si desidera che le proprie immagini portino con sé, un “sapore”, un “mood” che a questo punto possono veicolare tutti i contenuti che si vogliono, o meglio fanno sì che esistano solo determinati insiemi di possibili accoppiamenti linguaggio-significato o forma-contenuto in cui potersi muovere. Il lavoro sulle immagini rischia di diventare a questo punto semplicemente una continua scelta fra opzioni che già esistono, di cui, più o meno consciamente, più o meno fedelmente, si cerca di seguire le orme, finendo per cadere nella trappola da cui si voleva sfuggire.

Possiamo ipotizzare che seguendo questa modalità di lavoro si imponga un tipo di rapporto col linguaggio visivo che possiamo chiamare “riconoscimento”. Per “riconoscimento” si intende che si pensa di trovare nella realtà un’immagine tale da “significare” qualcosa, significare nel senso di corrispondere ad una tipologia di immagine che nel momento storico contingente viene normalmente associata ad un certo significato o ad un certo stato emotivo. Si fanno delle fotografie, e si finisce a sentire come le migliori proprio quelle che più rimandano alle immagini che già conosciamo, che già abbiamo visto.
Non ci sono più idee da far diventare immagini, ma solo immagini che corrispondono a idee gia date. La modalità operativa è capovolta!
È paradossale, ma in questo modo, l’unica cosa che non ha più importanza è proprio l’immagine, e, di conseguenza la ricerca su di essa e sulla tecnica necessaria per realizzarla. Questo fa sì che le immagini siano abbastanza approssimative ed intercambiabili: vanno bene purché “significhino”, o meglio “funzionino”, e non per una loro necessità di essere proprio in un certo modo.
Si spende magari una vita a fare immagini, a dargli un senso ed un valore, e non ci si rende conto che lo si fa solo in termini di risultati, di effetto, di impatto visivo, piuttosto che considerarle sempre e comunque all’interno di una ricerca, che le renda sempre pronte a crescere, a migliorare, a diventare più belle. Si finisce a ragionare a medagliette, a paletti messi, a fotografie fatte piuttosto che a percorsi da esplorare, dimenticando l’importanza imprescindibile che andrebbe data al nostro ricercare.

Sconsolati constatiamo l’appiattimento delle capacità immaginative su ciò che si sa essere possibile tecnicamente e riconosciuto storicamente (non dovremmo neanche più parlare di capacità immaginative, ma forse solo di semplici combinazioni di elementi precostituiti).

Se dal punto di vista artistico quanto detto è evidentemente del tutto fallimentare, è meno evidente quanto ciò sia dannoso anche dal punto di vista professionale, ma il fatto è che il linguaggio storicamente consolidato delle immagini che deve essere usato dal professionista perché gli consente una comunicazione facilmente “comprensibile” e “di successo” non può essere compreso ed analizzato né tanto meno usato se non ne viene nemmeno percepita l’esistenza, figuriamoci le sue implicazioni e le sue difficoltà.

Il problema didattico allora diventa quello di capovolgere questo punto di vista e per quanto riguarda il nostro progetto d’insegnamento, far capire che la tecnica non è il freno all’espressione, ma lo strumento necessario affinché ci si possa esprimere. Per realizzare un’immagine fotografica è ed è sempre stato necessario un insieme di operazioni ed ognuna di esse concorre a determinare il risultato finale: possiamo anche rinunciare ad intervenire in ogni fase della realizzazione di una fotografia, ma dobbiamo essere consapevoli che necessariamente lo farà per noi qualcun altro, o peggio, qualcos’altro.

Potremmo paragonare questo atteggiamento da “cacciatore” di pezzettini “espressivi” di “realtà”, tipico di tanti fotografi, alla vita dell’uomo pre-neolitico, cacciatore e raccoglitore.
Riteniamo invece necessario lavorare come uomo che abbia fatto già la sua rivoluzione neolitica, cioè un uomo che sia diventato contadino, pastore ed artigiano. Con tutto il bagaglio di conoscenze, di creatività, e di progettualità che questo comporta.